La settimana Telegram (26 ottobre – 31 dicembre 2020)

Quibi chiude dopo appena sei mesi 

«I tipi grossi come te mi piacciono, perché quando cascano fanno tanto rumore», dice Eli Wallach al crudele, ma già cadavere, Mario Brega ne “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone. 

Quibi era diventata grossa in fretta nell’universo dell’intrattenimento digitale: aveva raccolto 1,75 miliardi di dollari, e sembrava lanciata verso un successo senza ostacoli. Aveva reclutato attori come Christopher Waltz e contava sulla guida sicura di Jeffrey Katzenberg, dirigente della Disney e fondatore di DreamWorks. Nonostante tutto ciò, Quibi ha chiuso i battenti dopo appena sei mesi dal lancio: una caduta che sta facendo grosso rumore tra Hollywood e la Silicon Valley. Nonostante la pandemia, i miliardari dei venture capital californiani sono ancora sotto choc per aver buttato tutti quei soldi in così poco tempo. Quibi aveva scommesso sul formato dei propri contenuti: massimo 10’ di durata, media 5’. Tutti da guardare sullo smartphone. E poi sulla qualità nella scrittura e nella recitazione, applicate a serie tv originali, e buona tecnologia, con la possibilità di vedere i video sia in orizzontale che in verticale, senza perdere granché nell’inquadratura. L’operazione Quibi puntava su pendolari, spostamenti in metro, in treno e anche quelli lentissimi in automobile, lungo le highway nei grandi centri urbani americani. Scommessa intelligente e rischiosa perché applicata a un settore, quello dell’intrattenimento via streaming, pieno di competitori aggressivi e strutturati: da Netflix ad Apple, da Disney ad Amazon. Ma l’arrivo della pandemia ha fatto male a Quibi, molto più della concorrenza. Gli utenti-telespettatori hanno di colpo smesso di muoversi, di andare a lavoro in treno, in metro e in macchina, chiusi in casa, hanno scelto di guardare film e serie in televisione o sul computer. L’idea di contenuti brevi sullo smartphone, di colpo, non ha avuto più alcun senso. 

Il management di Quibi, a quel punto non ha avuto più scelta, e ha chiuso i battenti. Alcune cose di questo esperimento tuttavia rimarranno sul terreno, come eredità non solo in termini di business

 ⁃ Quibi è l’ennesimo magistrale fallimento della Silicon Valley, dall’altare alla polvere, il maggior periglio dopo la gloria. Questo genere di vicende aiuta a mantenere vivo quel romanticismo del fallimento (in parte comprensibile, per ragioni statistiche, maggiori tentativi, maggiori esiti positivi) che alimenta tutte le start up californiane. «Pensare in grande e non aver paura di fallire», scriveva Eric Schmidt, a lungo presidente di Google.

 ⁃ Rimarrà di sicuro la facilità – e la tecnologia – con cui guardare sullo smartphone un video sia in orizzontale che in verticale, senza perdere porzioni di schermo. Non come su YouTube insomma. 

 ⁃ Il formato dell’intrattenimento proposto da Quibi rimane. Non solo per merito della start up fondata da Katzenberg, ma perché la brevitas digitale (e non solo) appare affine allo spirito del nostro tempo. Axios fa giornalismo, di qualità peraltro, con articoli brevi e schematici; TikTok consente agli utenti di girare video brevissimi; Twitter che è uno dei progenitori di questo modo di produrre contenuti, permette di esprimere idee in pochi caratteri. Tutti sono afflitti dalla necessità di concentrare tempi e spazi, molti attori spingono per affermare questo paradigma. In fondo anche la scrittura dentro Telegram risponde a esigenze di brevità. 

Ricordo una meravigliosa raccolta di racconti di Scerbanenco, il Cinquecentodelitti, composta di storie piccole e compiute. La verità è che la brevitas digitale non sembra proprio figlia dell’esattezza nella scrittura, né della capacità di rendere alla perfezione un piccolo universo narrativo in poche righe o pagine, come una nave in bottiglia, o come quei racconti di Borges in cui minuscolo e infinito si rincorrono in prospettive lunghe; ma del fatto che la nostra concentrazione vacilla sempre di più.

 ⁃ Il settore dell’intrattenimento via streaming è colmo di concorrenza: Netflix, Amazon, Disney, Apple e molti altri attori. Eppure, probabilmente, il vero soggetto che ha schiacciato Quibi al suolo è un social network e cioè TikTok. Le persone, i più giovani almeno, hanno trovato lì dentro video brevi che rispecchiavano il loro modo di essere e di rappresentarsi. Senza pagare un dollaro. Si dirà che un social network fa un altro mestiere, ed è così. Tuttavia dobbiamo considerare un altro elemento: per un importante segmento di pubblico, un autore professionista – uno scrittore, uno sceneggiatore – stanno allo stesso livello di un ragazzino o un influencer che si producono un video da soli, con lo smartphone. Quibi ha speso un sacco di soldi per produrre contenuti di qualità, per un pubblico che però non sembra aver apprezzato la differenza tra un contenuto generato dagli utenti e una serie girata da un premio Oscar. 

 ⁃ Infine Quibi non ha considerato il meccanismo della reiterazione, dello scrolling continuo, che può trasformarsi in dipendenza. E che accompagna le giornate delle persone con centinaia di video consumati, non con una serie da 12 puntate. Ha ragionato da vecchia emittente televisiva e non ha lasciato spazio all’interazione.   

 ⁃ La rotta Hollywood-Silicon Valley rimane un sentiero importante nell’innovazione applicata allo spazio digitale. Al netto della sfortuna capitata a Quibi, ritengo che possa funzionare soltanto un assetto ibrido delle aziende che nasceranno in un punto ideale a metà strada tra la capitale dell’intrattenimento, e la regione a più alto tasso di innovazione del pianeta. Ibrido nel senso di qualità nella proposta (Netflix, Amazon video) con una base dati enorme. Dobbiamo abituarci a pensare a queste realtà, prima di tutto, come techno-corporation che maneggiano big data e su di essi prosperano; e non come i vecchi studios di Hollywood.


Chi fa affari con il lockdown 

Come resistere per i prossimi mesi di lockdown? Molti di noi si stanno facendo nelle ultime ore questa domanda, che rispecchia nelle differenti risposte sentimenti ed esperienze del primo lockdown, condizioni materiali e lavorative. La casa, i figli, lo spazio, il tempo e il lavoro.

Eppure qualcuno dai lockdown passati e futuri ha guadagnato e guadagnerà molto. Ma come tutto questo è avvenuto? 

Abbiamo assistito a un dislocamento di centinaia di milioni di persone da differenti spazi fisici – uffici, centri commerciali, mezzi di trasporto – verso un unico ambiente digitale. Un unico spazio controllato da una manciata di aziende nel mondo. Se vogliamo semplificare la faccenda è tutto qui. E da questo epocale, immane, spostamento deriva la crescita mostruosa dei ricavi delle 5 più grandi compagnie tecnologiche – Amazon, Alphabet (cioè Google), Microsoft, Facebook, Apple – che segnano un +18% rispetto allo scorso anno. 

Si è proprio spostata la vita, i risultati certificano il movimento. Sono un effetto del movimento. 

Ecco un paio di questi effetti meno evidenti.

 ⁃ Aver spostato il lavoro a casa, tra le molte conseguenze, ha fatto crescere la richiesta di servizi cloud (Amazon, Microsoft e IBM). Le persone devono connettersi ai sistemi aziendali che si spostano su server di proprietà di giganti della tecnologia. Quando si parla di digital transformaton occorre pensare in primo luogo a questo trasloco (ancora un movimento). Non esiste più soltanto il server in ufficio perché ci connettiamo tutti a un server in cloud, sul quale lavoriamo da remoto. Google drive che utilizziamo per condividere documenti, è la versione domestica e semplificata di questo processo. 

 ⁃ Più stiamo dentro casa meno compriamo giornali, meno guardiamo tabelloni, ascoltiamo la radio per andare a lavoro, certo continueremo a guardare la tv ma in maniera differente. Di sicuro la pubblicità sarà sempre più online. E questo spiega i risultati notevoli di Google e di Facebook. Quest’ultima è cresciuta oltre le attese e nonostante la grande campagna di boicottaggio da parte di molti brand. La verità è che adesso, più che mai, la pubblicità online appare come la via maestra per far conoscere i propri prodotti e servizi con budget variabili, anche contenuti. Un tipo di pubblicità digitale che è cresciuta molto è quella di Amazon: le persone comprano di più online, le aziende si fanno conoscere direttamente lì dove le persone acquistano.


Come si preparano I social network alle elezioni americane?  

Oggi un pezzo del Wall Street Journal chiedeva ai propri lettori di spegnere i propri account social lungo tutta la settimana delle elezioni presidenziali. Da oggi a domenica, almeno. Mi rendo conto che per diminuire la pressione intorno a certi temi la cosa migliore sembra – sempre più – stare fuori dai social network

In realtà nonostante alcuni americani cercheranno di non entrare nelle applicazioni la maggior parte di loro lo farà.

 ⁃ I social network si stanno attrezzando. Nelle ultime settimane vi ho raccontato dei tentativi di Facebook per evitare disordini e manipolazioni. Da un lato una modifica corposa dell’algoritmo dall’altro la rimozione degli annunci politici. Quest’ultima misura pare sia stata abbondantemente aggirata. Non è difficile farlo. Le macchine intelligenti sono stupide. Se voglio parlare di un tema e so che come partito politico verrò silenziato, aprirò una pagina come associazione, come gruppo di amici, come chiesa o squadra di basket, l’importante è avere una pagina. A quel punto con un po’ di budget in mano, basta solo far partire una campagna di pubblicità – anche nel giorno delle elezioni – e dirigere verso il pubblico individuato. 

 ⁃ Sia Facebook che Twitter apporranno un tag ai post, anche dei candidati (Trump?), che dichiareranno vittoria in anticipo, prematuramente. Ve ne avevo parlato, vedremo se funzionerà. 

 ⁃ Nelle prossime ore Instagram invece toglierà, negli USA, l’etichetta “recente” da alcuni hashtag legati alle elezioni. L’obiettivo è evitare manipolazione di hashtag legati alla contesa elettorale.

 ⁃ Dalle elezioni del 2016 il social di Zuckerberg ha spinto verso una maggiore apertura su alcuni aspetti proprio per evitare polemiche. Ad esempio oggi chiunque può controllare le campagne attive per ciascuna pagina, nella sezione “trasparenza” nella colonna di sinistra. Ma allo stesso tempo ha spinto sempre di più in direzione della chiusura degli utenti in gruppi chiusi. Nessuno può capire cosa accade lì dentro e quale sia il livello di disinformazione o manipolazione. 

 ⁃ Come sempre quando si parla di social network la nostra attenzione va alle grandi piattaforme come Facebook, Twitter e Instagram, ma questo ecosistema è molto più vasto. ParlerGabDiscordWhatsAppTelegramReddit e Twitch che sono social ma anche sistemi di messaggistica non hanno messo in piedi alcuna contromisura per le elezioni. WhatsApp lo conosciamo tutti, di Twitch vi ho parlato, ma per capirci Reddit negli USA conta oltre 215 milioni di utenti attivi al mese. 

 ⁃ Il Washington Post racconta di una specie di gabinetto di guerra permanente messo in piedi dal Dipartimento della sicurezza interna, per contrastare e identificare azioni di guerra digitale durante e dopo le votazioni, messe in piedi da nazioni straniere (Cina, Iran, Russia). Insomma per evitare quanto accaduto nel 2016 (tecnicamente mi sembra un’operazione davvero complicata: dovrebbero organizzare questo gabinetto di guerra nelle sale operative dei social network; non è detto che non accada). I funzionari governativi addetti alla sicurezza delle elezioni potranno comunicare direttamente con questa sala situazioni per segnalare attività sospette.

 ⁃ Perché parliamo di digitale ed elezioni? Non soltanto perché lì dentro si è consumata – come anche da noi ormai – una parte consistente del dibattito pubblico, ma anche perché come chiedono alcuni osservatori USA è tempo di andare in direzione di un’elezione che si compia tutta nello spazio digitale. Il voto digitale insomma, con tutte le considerazioni che ne derivano, entra nel novero delle possibilità uscendo da quello dei sogni.


Uber, Lyft, gli autisti e la California

La democratica – democraticissima – California ha deciso. Gli autisti di Uber e Lyft non vanno considerati dipendenti delle due aziende, ma liberi professionisti. Lo ha stabilito un referendum che si è tenuto in California proprio il giorno delle elezioni presidenziali, dopo una lunga e combattuta campagna elettorale. Le due società hanno investito centinaia di milioni di dollari in comunicazione, 80 milioni di dollari soltanto in annunci televisivi per il giorno delle elezioni; e alla fine hanno vinto. 

La loro impostazione era ed è semplice: Uber e Lyft non sono compagnie di trasporto ma società tecnologiche, e quindi non devono rispettare obblighi stringenti nei confronti degli autisti che lavorano con loro (e quindi non per loro), come se fossero lavoratori dipendenti. Stiamo parlando di assicurazioni, turni, ridotta flessibilità, orari di lavoro su base settimanale. Incassata la vittoria nel referendum, le due aziende hanno deciso che offriranno comunque agli autisti una serie di benefit; ma questi benefit saranno decisi da loro, e in maniera unilaterale. Se fosse passata la linea contraria, i già traballanti modelli di business di Uber e Lyft avrebbero rischiato di soccombere di fronte a nuovi costi. Non solo, le corse avrebbero avuto costi doppi e le due società avrebbero potuto assumere solo pochi autisti. 

La decisione è importante. Da adesso la gig economy dispone di un paradigma giuridico importante, fissato tra l’altro attraverso il voto. E molte altre aziende simili – quindi, ad esempio, anche quelle che consegnano il cibo – faranno valere il paradigma californiano in altri Stati USA, e presumibilmente anche all’estero. 

La verità è che nella testa dei fondatori di queste compagnie il fatto di essere, prima di ogni altra cosa, techno-corporation non è mai stato in discussione. Un risultato che appare come l’esito naturale di un processo che riguarda tutte le techno-corporation. Aziende che concentrano la loro capacità di generare ricavi a partire da algoritmi, e quando arrivano in un settore lo stravolgono a partire dalla loro innovazione di prodotto o servizio, poi osservano i cocci che hanno lasciato sul terreno, e solo alla fine si aprono al confronto, pensano a come mettere riparare ai danni fatti. Spesso quando la frittata è già fatta. Pensate alle rivolte dei tassisti, allo svuotamento dei centri cittadini grazie alle piattaforme che consentono la condivisione di appartamenti; pensate all’invasione di mezzi di mobilità elettrica che prescindono da qualunque valutazione di impatto sugli equilibri delle città. Pensate alle notizie gratuite e a quanto hanno nuociuto alla stampa. 

Il capitalismo, dopotutto, si è da sempre mosso con queste modalità. La novità introdotta dalle aziende della Silicon Valley risiede nella velocità con cui producono trasformazioni e dalla radicalità di questi cambiamenti. Difficile pensare, in California o in altre grandi città del mondo, a una mobilità che non includa piattaforme come Uber (anche se con un altro nome). Uber e Lyft hanno realizzato quella disruption che è il sogno di ogni capitalista digitale. Il predominio in un settore di un’azienda che non ha altra raffigurazione che il proprio nome, null’altro che questo:il nome dell’applicazione, un parassita astratto.

La campagna elettorale per il referendum ha mostrato spaccature anche tra i conducenti. Per dire che non esiste una linea di demarcazione precisa tra i favorevoli ai diritti e i contrari, e questo nemmeno tra chi era coinvolto in prima persona dalla consultazione.

Uber ha fatto sapere che solo il 2% dei suoi 200.000 conducenti in California utilizza la sua App per più di 40 ore a settimana; Lyft invece ha dichiarato che l’86% dei suoi driver guida meno di 20 ore a settimana. Insomma tanti utilizzano l’impiego nella gig economy come lavoro principale. Ma per un tanti altri, quello con Uber e Lyft rappresenta un secondo lavoro che integra i guadagni del primo, oppure un sostegno allo studio. Molti lavoratori sono immigrati che – come un tempo era per i tassisti nelle grandi città – utilizzano le piattaforme per entrare faticosamente nella classe media americana. (La stessa classe media che ha subito colpi fenomenali proprio dall’economia digitale). 

Poche cose rivelano le contraddizioni dei democratici americani come questo referendum. Lo dico proprio in considerazione di un esito fin qui incerto, e dunque a prescindere da chi vincerà.

La storia è emblematica: lo Stato della California ha citato in giudizio le due aziende perché stavano violando una legge entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno (l’Assembly Bill 5), legge che intendeva regolare proprio le condizioni dei lavoratori della gig economy. Uber e Lyft si sono rifiutate di applicare la legge, la California le ha citate in giudizio finché non si è arrivati al referendum. Insomma, Governo e Parlamento dello Stato hanno fatto ciò che potevano per affermare il loro punto di vista: prima hanno legiferato, poi hanno portato in giudizio le due società per contrastare – nelle parole del governatore della California Gavin Newsom (democratico) – il continuo svuotamento, impoverimento, della nostra classe media

Il referendum ha reso chiaro che mentre gli eletti andavano da una parte, gli elettori hanno imboccato esattamente la direzione opposta. 

Qual è la classe media di cui parla Newsom?
Quella che lui vorrebbe rappresentare?
O quella che lo ha eletto?
Quella che gli elettori del suo Stato hanno detto che non ha bisogno di tutele?
O ancora: la classe media è la parte di lavoratori che non sente il bisogno di venire considerata dipendente di Uber o Lyft
Oppure la classe media è la rimanente parte di autisti di Uber e Lyft che voleva maggiori tutele?

E poche cose sono chiare negli Stati Uniti (soprattutto in questi giorni) come il fatto che la California è ormai democratica da un pezzo (da Reagan in avanti), e come il fatto che l’universo che ruota intorno alle aziende della tech-economy, in apparenza, sembra più filo democratico che filo repubblicano. 

La verità, tuttavia, è che il capitalismo digitale fa il suo mestiere a prescindere dai nostri ragionamenti: massimizza i profitti rimanendo agganciato al cuore dell’elemento che gli consente di fare profitto, l’algoritmo. Attorno a questo elemento centrale ruotano gli esseri umani: non clienti ma utenti; non lavoratori ma liberi professionisti.

Bene, gli elettori democratici della democratica California hanno semplicemente preso atto di questo stato di cose e, con il loro voto, hanno ratificato una situazione che Uber e Lyft, e molte altre techno-corporation, hanno ben chiara da un pezzo.


Il sapore della disfatta 

Pochi atti nell’esistenza di un uomo appaiono crudeli come il potere scorticato via d’improvviso. Nell’incredulità del potente che si credeva eterno, un istante prima che l’irreparabile accada, ogni cosa sembra immobile: gli scricchiolii nella cerchia ristretta dei collaboratori risultano pressoché impercettibili, ma si sa, le crepe quando si aprono sono spesso invisibili.

Tutto – pensa il potente – è corrotto, e tutto è complotto. Di solito egli conta su certi altri là fuori: di solito ciechi o giovanissimi, e comunque scioccamente valorosi. Poi di colpo – quando tutto è ormai perduto, il bunker, i voti, uno scandalo -, anche gli oggetti partecipano dell’indecorosa uscita di scena: il portadocumenti, con pochi e scarni atti da firmare, appare grottesco, il telefono tramutato in fossile; e quelli che prima rispondevano al primo squillo, adesso lasciano infastiditi suonare lo scocciatore.  

La fine di un qualunque potere non ha nulla di poetico, il sapore della disfatta è sempre quello del risentimento, sapore di ruggine. Non sappiamo se Trump si asserraglierà nella Casa Bianca, ma già adesso il suo destino – presente e futuro – si riduce a un volgare calcolo, come i voti perduti. Dovrà contare sul numero di cause necessarie a resistere, su quanti repubblicani si decideranno  seguirlo, molti gli hanno già voltato le spalle, su quanti e quali mediatori metterà in campo per avviare una trattativa che lo salvi dalle tante inchieste che lo aspettano; e infine su quanti, nella cerchia ristretta, accetteranno questo suo ostinato cupio dissolvi. Tanti che, fino a ieri, tolleravano il suo occhio smanioso, adesso lo lasciano «senza altri amici (…) se non il diavolo puro e semplice e la maschera della simulazione». 

Penso alle telefonate dei collaboratori di seconda fascia, già alle prese con un nuovo lavoro da cercare, il mutuo, un’immane stanchezza, la reputazione e l’onore perduti. 

Fox News lo ha mollato quasi subito: gli anchormen hanno annunciato in diretta la vittoria di Biden in Arizona. Alto tradimento, tradimento di sangue. Trump s’è infuriato: ha chiamato Rupert Murdoch per lamentarsi, per cambiare verso a una notizia che scivolava come una lama nella pancia dei suoi elettori. Immaginate le urla, pensate allo Squalo che mette in viva voce il Presidente davanti ai direttori del network. Uno come Rupert è diventato quel che è perché possiede un’innata attitudine a voltare le spalle a chiunque, anche ai figli, e ai tanti potenti che ha aiutato e incrociato nel corso della sua vita. Ho avuto la ventura di vederlo da vicino un paio di volte; mi viene in mente una celebre descrizione: «raramente sorride, e sorride in un modo come se sbeffeggiasse se stesso, e schernisse il suo spirito per essersi fatto spingere a sorridere di alcunché. Uomini come lui non hanno mai il cuore in pace se vedono uno più grande di loro, e per questo sono pericolosi».

Facebook, ed è la ragione per cui ne parliamo, sta facendo quel che aveva annunciato e di cui vi ho parlato qualche giorno fa. Sta mettendo la sordina a gruppi sorti e cresciuti nel social network con incredibile velocità. Gruppi come “Stop the steal”, e cioè “ferma il furto” che aveva guadagnato nel giro poche ore oltre 350mila follower, al ritmo di decine di migliaia l’ora. Dentro questo contenitore si agitavano richiami alla rivolta e al secondo emendamento, quello che consente a chiunque di possedere un’arma, inviti ai veterani a tenersi pronti, a scendere in piazza, se necessario per usare la forza. La decisione di chiudere il gruppo, secondo il Wall Street Journal, è stata presa da esseri umani «ai livelli più alti dell’azienda», forse anche da Mark Zuckerberg. Nessuna macchina ha deciso in solitudine l’esito di questa operazione, nessun algoritmo ha chiuso il gruppo. Adesso i repubblicani accusano il social network di parzialità e soprattutto di censura.

Anche Facebook, a suo tempo, aveva flirtato con Trump e adesso gli sta voltando le spalle. Ricordiamo che lo stesso Zuckerberg era andato a cena col presidente quando questi era ancora un cliente importante, un investitore pubblicitario da centinaia di milioni di dollari. Adesso che la campagna è finita, Zuckerberg ha ripreso in mano la bussola, ha spostato il nord magnetico in direzione democratica e presto lo incontreremo accanto al nuovo inquilino della Casa Bianca. Il social network deve allontanare da sé il rischio di uno spezzatino, deve fuggire da indagini antitrust. Mark potrà esibire lo spirito lib-dem della maggior parte dei suoi dipendenti, che contro Trump avevano anche scioperato.   

La verità è che comportamenti come questi rientrano nella norma. Pochi hanno la ventura di rimanere vicini al potere in disfacimento, quasi nessuno sceglie di farlo. 

Dopo il fuggi fuggi generale, rimane sul terreno un ruolo profondamente mutato dei social network nelle competizioni elettorali. Non credo si possa liquidare la questione come ha fatto Luciano Floridi, che pure è persona attenta a questi temi, con la conclusione che i social «si sono incamminati sulla strada giusta, (…) hanno capito che se gestisci piattaforme così importanti nella formazione dell’opinione pubblica, un po’ di responsabilità ci vuole. Attenzione però a non considerare questa evoluzione la fine del percorso». Tutt’altro che la fine del percorso. Siamo di fronte a un’ammissione che fino a oggi non c’era mai stata: i social network – soggetti parziali, portatori di visioni e poteri immensi – hanno deciso di intervenire nel mezzo di uno scontro politico feroce. E ricordiamo che la scelta dei criteri con cui intervenire, come la scelta di una tecnologia, non è mai neutrale. Ciò che oggi appare responsabile, per utilizzare le parole di Floridi, domani potrebbe non esserlo o esserlo troppo,  e potrebbe quindi non portare alle stesse esigenze di censura. 

Vi lascio con una domanda.

Ma se domani, come da tempo i giornali americani vaticinano scoppiasse la guerra civile, o se addirittura se Trump tentasse il colpo di stato (Il New Yorker ha addirittura scritto un articolo per capire come prepararsi a un golpe!), se di fronte a questa che io – ripeto, io – chiamerei eversione, ecco se di fronte a tutto, ciò sorgesse un gruppo Facebook che invita a difendere la democrazia contro il golpe, e quindi a impugnare le armi per la resistenza, che farebbe Zuckerberg? Lo chiuderebbe come ha appena fatto o lo lascerebbe aperto?


Basta scrivere 

Nel lungo processo di elisione del contatto al quale stiamo assistendo, e del quale siamo protagonisti, la scrittura digitale gioca un ruolo essenziale. Scriviamo tanto nel web, scriviamo sempre di più, ed è la prima risposta all’assenza di relazioni fisiche e in presenza causata dalla pandemia. Quando non ci si può incontrare di persona, la scrittura appare la soluzione più facile. Una soluzione comoda rispetto a quel modo di relazionarsi che Mark Zuckerberg definisce ossimoricamente videopresenza. Scriviamo perché la scrittura digitale è asincrona ed esime da una certa frizione dialettica. Abbiamo tempo per meditare, per ponderare una risposta, ma certo subiamo anche il tempo dell’irritazione e della pressione che una frase indirizzata a noi può aver generato.

Adesso uno studio del Journal of Experimental Psychology, spiega perché è meglio parlare piuttosto che scrivere, e lo fa a partire da un titolo che contiene un piccolo grumo di poesia: «È sorprendentemente bello sentirti». 

L’articolo ha osservato e misurato il comportamento di persone cui era stato chiesto di entrare in contatto con sconosciuti o amici che non sentivano da tempo. Un gruppo primo ha comunicato attraverso messaggi di testo, un altro attraverso audio e videochat

Il secondo gruppo ipotizzava che avrebbe trovato scomodo utilizzare la voce. Ma poi dopo, quando si è trattato di registrare le proprie reazioni all’esperimento, chi ha parlato al telefono si definiva letteralmente più felice dello scambio, si sentiva più vicino all’altra persona. E meno a disagio rispetto a chi aveva spedito una mail, e questa reazione è emersa anche tra coloro che avevano detto, inizialmente, di preferire le parole scritte a quelle dette.

Uno degli autori dello studio, Amit Kumar, ha spiegato: «pensiamo sia imbarazzante parlare con qualcuno. Adesso abbiamo scoperto che non è così. Le persone creano legami significativamente più forti quando parlano al telefono rispetto a quando comunicano via mail». 

Tra l’altro la ricerca ha evidenziato che non ci sono particolari differenze tra una comunicazione solo audio o solo video. L’importante è ascoltare la voce, la propria e quella altrui. Il suono della voce aumenta l’intimità

Sempre Kumar: «Esistono alcuni segnali linguistici che provengono dalla voce che suggeriscono si è di fronte a una mente che pensa e che prova sentimenti. E poiché entrare in contatto con qualcuno significa anche avvicinarsi un po’ di più alla sua mente, la comunicazione vocale rende questo processo più facile o più probabile».

Una conclusione simile ha effetti su ambiti importanti della nostra vita. 

I colloqui di lavoro fatti al telefono funzionano meglio di risposte scritte a domande scritte (qualcuno dirà che è evidente). Allo stesso modo, l’espressione di un punto di vista politico con persone con cui ci troviamo in disaccordo, fatto a voce, ha più possibilità di colmare una divisione, di ridurre la polarizzazione (tema quanto mai importante oggi).

Non che i messaggi di testo non siano importanti, ma andrebbero limitati alle informazioni, magari per fissare un appuntamento, per una comunicazione veloce. 

La solitudine – soprattutto in questo particolare momento – rappresenta una preoccupazione costante. «Quando si tratta di mantenere e costruire relazioni – ha detto Kumar – fondamentali per il nostro benessere, le persone farebbero bene a connettersi con gli altri usando la loro voce, parlando, insomma, piuttosto che digitando».


13 ore al giorno

La pandemia ha mutato il nostro rapporto con gli schermi che sono la finestra su cui ci affacciamo per accedere allo spazio digitale. (Possiamo solo sperare che, alla fine di tutto questo, usciremo pazzamente di casa, getteremo gli smartphone, e prenderemo a martellate i computer. So bene quanto irreale sia questa immagine, e forse anche ingiusta, ma il solo pensarla offre quel tipo di sollievo momentaneo che nasce dai gesti di rivolta). 

Secondo una ricerca commissionata da Vision Direct, durante il lockdown il tempo medio passato davanti a uno schermo è aumentato in misura consistente. L’indagine ha rivelato che i 2000 adulti britannici intervistati spenderanno 4.866 ore in un anno fissando uno schermo. Schermi che sono computer, smartphone, televisori e videogame. 

Parliamo di più di 13 ore al giorno. E se sommiamo a queste 13 ore le 8 di sonno quotidiane, rimangono 3 ore al giorno per fare tutto il resto. Riempite voi – a piacere – il contenuto della parola “resto”. 

Google, che sulle domande del mondo ha costruito il suo impero, ha visto aumentare in maniera significativa, negli ultimi mesi, le ricerche sugli occhiali che filtrano la luce blu, quella degli schermi. 

Insomma in questa fase della nostra esistenza stiamo osservando il mondo dall’oblò di un qualche dispositivo. Certo, la pandemia finirà, e noi non spaccheremo nulla a martellate, quel numero – le 13 ore al giorno – diminuirà. Di quanto? Non possiamo rispondere adesso. Immagino che l’ipoteca che questa stagione lascerà sui nostri comportamenti non sarà trascurabile. 

La finestra di Overton (quel concetto che descrive il processo con cui finiamo per accettare nuove idee o comportamenti) rispetto alla vita trascorsa dentro, e attraverso, gli schermi si sta aprendo a sufficienza. Se pure tra un anno non saranno 13 ore le ore passate in questo modo ma solo 10, vivremo comunque più del 30% di una nostra giornata osservando il mondo da quell’oblò. Adesso dobbiamo farlo per ragioni di necessità, ma dopo? 

Una questione degna di nota, forse, sta nel capire se esistono altri filtri che stiamo applicando al principale. Filtri che incidono sull’inquadratura della nostra vita e che la comprimono in una focale sempre più stretta. 

Uno di essi, determinato dalla convivenza con la pandemia, ad esempio, ci fa guardare con sospetto immediato uno schermo dove compaiano assembramenti, oppure persone che si baciano e abbracciano in un film. Avremo bisogno di tempo per recuperare naturalezza di fronte a una scena in cui osserviamo 4 persone stipate in un ascensore, senza vibrare. La lente ha già scavato nella nostra mente e ha deformato un’immagine prima consueta, caricandola di significati. Alzi la mano chi non ha avuto esperienze di questo tipo.

Tutta questa familiarità, questa necessità, degli schermi se da un lato fa male agli occhi, dall’altro sta nutrendo i pensieri e le azioni delle techno-corporation. Le aziende californiane pensano alla nostra vista in termini di prodotto, pensano a qualcosa che accompagni l’essere umano nella sua crescente osservazione del mondo attraverso un filtro. 

Si tratta di arricchire l’oblò trasformandolo in smart glasses: occhiali che consentono di osservare le cose con la cosiddetta realtà aumentata. Piccoli schermi che possiamo indossare e che permetteranno di vedere ciò che abbiamo di fronte, con un’aggiunta di informazioni e di contenuti ulteriori.Dispositivi che, fino ad oggi, sono stati testati senza grande entusiasmo e particolare successo (tipo i Google glasses). Però la pandemia si muove come una grande levatrice per il business delle techno-corporation.

Grazie a questi oggetti non avremo più necessità di guardare sul computer o sullo smartphone. Le informazioni arriveranno così vicino all’iride che non ce ne accorgeremo, come non ci accorgiamo di una lente a contatto. Non toccheremo un oggetto ma parleremo all’intelligenza artificiale attraverso i comandi vocali, come oggi facciamo con Siri o con Alexa, o Google Home. Non mi pare un orizzonte così distante.

A quel punto il nostro sguardo sulle cose e sugli umani sarà definitivamente mutato: capovolto.

La norma sarà disporre di una lente, di un filtro, davanti agli occhi che talvolta toglieremo, magari per andare a dormire. Di tanto in tanto usciremo a rivedere le cose e le persone senza null’altro che il nostro sguardo. A quel punto subiremo collisioni che ci scuoteranno, io credo, come l’urtar della barca contro la proda

Gli occhiali intelligenti restituiranno informazioni per tutto ciò che ci passa sotto al naso, dai consumi in avanti. La nostra vista sarà occupata da un panorama denso di oggetti ulteriori, innumerevoli, che appaiono e scompaiono.

📌Saremo precipitati in un mondo senza lacune, senza uno spazio bianco. Mi chiedo, e non so che genere di domanda sia, che fine farà la nostra immaginazione. Già adesso ho la sensazione che essa subisca la costante invadenza dello schermo, del tempo trascorso qui davanti, e che vada riducendosi la consistenza della nostra fantasia. 

Ora, vorrei dire, ma 13 ore al giorno non sono mica poche.


Parler

Si chiama Parler e ne sentirete parlare. Si tratta di un social network che negli Stati Uniti sta riscuotendo un discreto successo. L’applicazione, creata nel 2018, viene utilizzata per lo più dai conservatori americani, in fuga da Twitter e Facebook

La particolarità di Parler è che non mette in pratica – quasi – nessuna forma di censura sui contenuti che gli utenti pubblicano. 

Laddove le due piattaforme più grandi e famose, fondate da Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, sono impegnate in una strenua battaglia per la moderazione – e dunque anche per la censura – di contenuti di ogni genere, Parler lascia una libertà di espressione che potremo definire estrema. (Tipica espressione di una cultura libertaria statunitense, che da noi è difficile rintracciare). 

Gli utenti sono arrivati a 10 milioni, cifra che non impensierisce in alcun modo la concorrenza. 

Tuttavia l’elemento più importante che caratterizza questo social network, oltre alla pressoché totale assenza di moderazione, sta in un’altra assenza altrettanto radicale: quella che riguarda la raccomandazione dei contenuti. 

Twitter e Facebook sono diventati quello che sono anche perché operano una selezione dei post, raccomandandone alcuni, sulla base delle nostre preferenze espresse e inespresse, e sulla base della nostra storia di navigazione. Parler non si comporta in questo modo. Intanto non raccoglie dati, almeno questo è quello che afferma, e poi mostra i contenuti in ordine cronologico. Come faceva Twitter agli albori della sua storia.

Come detto, il modello di Parler è molto libertario: vogliamo «una piattaforma neutrale per la libertà di parola, così come la intendevano i nostri padri fondatori» – ha spiegato Rebekah Mercer, investitore di punta nella nuova piattaforma. E ha aggiunto che il social è un modo per opporsi «alla tirannia e all’arroganza crescenti dei signori della tecnologia». 

A queste dichiarazioni di principio corrispondono comportamenti radicali. Su Parler non esiste moderazione, come già detto, e spetta all’utente – se lo vuole – applicare una serie di filtri per categorie specifiche: pornografia, incitamento all’odio. Per tutto il resto la comunità conta su un gruppo di volontari: i giurati della comunità, utenti come gli altri, molto simili alle giurie di pari dei tribunali americani, che intervengono in casi specifici: attività illegali o minacce di morte (nome che a me fa anche venire in mente uno splendido racconto di Shirley Jackson, La lotteria).

Una piattaforma con queste caratteristiche ha trovato un terreno fecondo all’interno di quella cultura libertaria che seduce parte dell’élite della destra americana. Miliardari che hanno flirtato con Trump e lo hanno aiutato a vincere nel 2016, e che adesso stanno cercando di capire che aria tira. Parte di essi continua a sostenere The Donald, altri – apparentemente pentiti – sperimentano strade nuove (come Charles Koch). 

Rebekah Mercer è figlia di Robert, CEO dell’hedge fund Renaissance Technologies, azionista di Breitbart News, e uomo che compare più volte nelle retrovie dello scandalo Cambridge Analytica. Secondo il Washington Post è uno dei 10 miliardari più influenti della politica statunitense.  

L’idea di Parler (e dunque sei suoi azionisti) è quella di offrire una tribuna dove esercitare un diritto di parola senza limiti, per chiunque lo voglia. E dunque in primo luogo per quei repubblicani che sono a caccia di possibili responsabili cui addossare la sconfitta di Donald Trump. Molti di loro hanno individuato nei due grandi social network una coppia di perfetti colpevoli, altri ancora puntano il dito contro il canale Fox News. Se da un lato Trump sta cercando di mettere in piedi una televisione via cavo o streaming tutta sua (potrebbe contare su un pubblico pagante di almeno 1 milione di spettatori), dall’altro la destinazione nello spazio digitale – per chi ha deciso di abbandonare Facebook e Twitter  – potrebbe essere proprio Parler

I primi a farlo sono stati quelli del gruppo Stop the steal (di cui vi ho parlato qualche giorno fa), bannato da Facebook a ridosso delle elezioni. Ma anche altri protagonisti della cosiddetta alt-right, la destra alternativa americana che ha contribuito in maniera rilevante alla vittoria di Trump nel 2016, stanno migrando verso Parler.


Il punto cieco del digitale 

«Sono così esausto», è questo l’ultimo messaggio scritto da Kim Dong-hee a un collega, pochi giorni prima di morire. 

Kim era un autista, aveva 35 anni, consegnava merce a Seul in Corea del Sud, e negli ultimi giorni della sua vita aveva lavorato quasi 24 ore al giorno. Poco tempo dopo quel messaggio è stato trovato morto per insufficienza cardiaca. Il suo nome va ad aggiungersi a quello di altri 15 autisti coreani, i quali potrebbero essere morti per ragioni simili. Questa storia la racconta il Wall Street Journal e aggiunge che adesso il governo vuole dare una stretta agli orari di lavoro assurdi, che nel paese del sud est asiatico, praticamente, non conoscono limiti. La consegna di pacchi è consentita 24 ore su 24, e un autista può raggiungere le 71 ore di lavoro in una settimana. 

Ovviamente tutto questo è esploso con la pandemia che ha alimentato una crescita vorticosa dell’e-commerce in tutto il mondo. Secondo l’OCSE, in Europa gli ordini online sono cresciuti del 50%, in Asia Pacifico del 70% e del 120% in Nord America. Tanto che Amazon, tra i 175.000 assunti temporaneamente per la pandemia, ha dovuto reclutare autisti proprio per sostenere il peso delle consegne.

Noi pensiamo ad Amazon come a un supermercato in cui acquistare ogni cosa con facilità estrema. Ma l’azienda – la meta-nazione digitale – di Jeff Bezos è più di ogni altra cosa una società tecnologica. Funziona perché ha messo in piedi un sistema iper complesso di gestione dell’intero iter di acquisto, stoccaggio e consegna della merce, basato sull’analisi e il processo di enormi quantità di dati. 

Tuttavia, noi – i clienti -, di questo gigantesco dietro le quinte, di questo immane background digitale e logistico, un sistema incommensurabile da un certo punto di vista, di tutto ciò non cogliamo nulla. Di Amazon consideriamo e ci relazioniamo soltanto con due cose: il sito, famoso perché si compra qualunque cosa in 3 click, e il pacco che arriva in casa (spesso non incrociamo nemmeno chi fa le consegne). Insomma non percepiamo in alcun modo tutto quello che accade alle spalle di questo palcoscenico che appartiene a un capitalismo efficiente, rapido, economico e con «l’ossessione per il cliente», come recita il mantra di Bezos.

Adesso il presidente della Corea, Moon Jae-in, ha detto che serve un’azione di governo per proteggere gli autisti che fanno le consegne, i quali lavorano nel «punto cieco del nostro sistema». 

La verità è che il punto cieco appartiene non solo al sistema coreano ma a un ecosistema assai più vasto: all’intero apparato fisico e digitale di Amazon. E ce ne accorgiamo solo quando qualcosa interrompe bruscamente il flusso, il funnell, per usare un termine del marketing. In inglese significa imbuto, ma è una metafora che rappresenta un modello di vendita attraverso diversi stadi, che infila il cliente in un tubo dal quale esce con la merce in mano. I teorici del commercio elettronico prescrivono che questo processo debba essere assolutamente frictionless: senza attriti, e dunque senza rallentamenti, ma anche senza urti, senza inciampi, senza collisioni, il che equivale, per lo più, all’assenza di contatti con altri essere umano.

📌 In Lavorare (da casa) stanca ho descritto alcune caratteristiche dell’essere frictionless; vi propongo una citazione presa da un volume che ne celebra le virtù, una citazione che mi ha colpito quando l’ho letta per la prima volta e mi colpisce ancora di più oggi: «quando si rimuove l’attrito da un processo o da un sistema, si restituisce alle persone una delle poche cose assolutamente non rinnovabili, il tempo», (il tempo di chi, viene da chiedersi). 

Credo che questa vicenda così e quella dei moderatori di Facebook compongano un quadro incompleto, ma piuttosto chiaro, dei punti ciechi del digitale. Ne esistono molti altri, ovviamente, e spesso hanno a che fare con gli esseri umani. Siamo abituati a pensare che la tecnologia esaurisca i suoi effetti dentro l’interfaccia che ne consente l’utilizzo. Queste storie raccontano che, oltre alla vivisezione dei nostri dati e al potere degli algoritmi, esiste un problema più pressante che è quello degli umani che lavorano dietro le interfacce. Ma non per questo ne sono al riparo, anzi, ne subiscono l’urto, l’attrito.


Le ragioni per le quali Twitter esiste. E non sono i tweet audio

Stanno per arrivare i tweet audio. Novità annunciata da tempo, e spacciata come – ennesimo – rimedio alla manipolazione dei contenuti. Si tratta di messaggi vocali condivisi nel social network verso la propria cerchia di seguaci. Oppure sono messaggi vocali che verranno condivisi all’interno di un gruppo chiuso di persone, che discutono tra loro utilizzando la voce, in maniera asincrona, anziché il testo scritto. Durata massima di un tweet audio: 2’ e 20”. 

Accanto a questa novità, Twitter sta rendendo disponibili le Fleets, storie effimere che durano 24 ore, del tutto simili al formato già utilizzato da Snapchat prima e da Instagram poi. Questo tipo di contenuti non potrà essere ricondiviso; cosa che stupisce se si pensa che siamo in un social network

Le due novità non sembrano straordinarie. Più che altro denotano una certa smania di farsi notare da parte di un’applicazione che, se non fosse per Donald Trump e tanti giornalisti, non è minimamente paragonabile, per risultati e numero di utenti attivi, ad altri social network. Anche quelli arrivati buoni ultimi, come TikTok.

La verità è che Twitter sopravvive per due ragioni. 

Una evidente ai più, l’altra assai più prosaica. 

La prima ragione risiede nel fatto che il social network fondato da Jack Dorsey è popolato da molti giornalisti e molti politici. Basta questo dato a comprendere le dosi continue di attenzione e popolarità verso Twitter

Solo per capirci: Facebook ha 2.7 miliardi di utenti, di cui 1.8 miliardi attivi; Instagram 1 miliardo di cui 500 milioni attivi; TikTok 800 milioni di iscritti. 

Twitter invece conta su 330 milioni di iscritti e 145 milioni di utenti attivi. Non c’è storia, potremmo concludere. Anche Snapchat ha più utenti di Twitter. 

La seconda ragione, quella prosaica, è che a differenza dei rivali Twitter ammette il porno nel suo recinto. Non lo censura. E in un momento in cui gli standard di comunità di Instagram – che come Facebook non ha mai aperto al porno – si restringono ulteriormente, Twitter rimane insomma l’unico grande social network che accetta contenuti di questo tipo. 

Questi due elementi tengono in piedi la baracca di Dorsey, ma evidentemente l’azienda ha bisogno di mostrarsi più al passo dei tempi. Tra poco, inoltre, Donald Trump non sarà più alla Casa Bianca e forse si sposterà su Parler (ve ne ho parlato qualche giorno fa), e quindi tutta l’attenzione rivolta a lui diminuirà. Ecco perché Dorsey ha cominciato a fare quello che Mark Zuckerberg, da un certo punto in avanti, ha fatto con costanza: copiare gli altri.


SignalFrame e il controllo di ogni dispositivo. 

Si chiama SignalFrame ed è una piccola start up con sede a Washington. Poche start up hanno sede nella capitale degli Stati Uniti, ma in questa vicenda una scelta simile sembra avere un senso profondo. 

Signal Frame ha sviluppato una tecnologia che sfrutta gli smartphone per capire dove sono, cosa dicono e come funzionano centinaia di altri dispositivi di utilizzo comune; oggetti cui ci riferiamo attraverso l’espressione Internet delle cose

Grazie al telefono, insomma, SignalFrame è in grado di determinare la posizione e l’identità di mezzo miliardo di dispositivi periferici di ogni tipo. Dai computer ai router, dagli smartwatch alle smart tv, dai frigoriferi alle automobili, agli assistenti casalinghi come Amazon Alexa o Google Home. La tecnologia in possesso della start up di Washington consente di vedere, ascoltare e registrare dove si trovano i dispositivi cosiddetti intelligenti all’interno di uno spazio. Signal Frame può vedere qualsiasi oggetto connesso alla rete all’interno di un bar, di un ufficio, di una sala riunioni, di una caserma, di un’aula universitaria. 

La prima cosa che viene in mente, non è tanto la funzione di ascolto, la più banale. Piuttosto pensiamo a quella di disegno, di riconfigurazione da remoto, di uno spazio fisico sconosciuto. Collocando oggetti parlanti, di cui si conosce disposizione, tipologia e grandezza, all’interno di un ambiente ignoto, diventa  semplice ricostruirne la geografia. Insomma SignalFrame è in grado di realizzare una mappa in 3D di un qualsiasi ambiente. Ma non è solo questo, c’è di più. 

Il sito Internet dell’azienda utilizza parole che evocano epifanie inquietanti: «Signal Frame determina (stabilisce) quando e dove nuove cose appaiono nel mondo». E con esse le persone che le indossano, le guardano, le conducono o più in generale le utilizzano. 

Le epifanie non possiedono nulla di interiore o spirituale, esse poggiano su una rete – immaginatela proprio come una rete – di oggetti e segnali che coprono buona parte del pianeta. 

Oltre 10mila modelli di dispositivi, 65mila luoghi connessi (hotel, ristoranti, uffici, aeroporti, stazioni) 8 miliardi di segnali unici totali (WiFi, Bluetooth) e più di 2 milioni di segnali al minuto. L’esistenza in vita di una parte della popolazione mondiale. 

L’azienda ha classificato – grazie all’intelligenza artificiale – tutto questo. Ed è adesso in grado di riconoscere, a partire dai segnali che emettono, una Tesla, un Fitbit o una qualsiasi smart tv e collegarli alle aziende che li producono. 

Scrive sempre SignalFrame: «sfrutta il nostro classificatore per comprendere il mondo attraverso i segnali in qualsiasi luogo». Comprendere il mondo, obiettivo vastissimo che esprime il tipico approccio delle techno-corporation.

E allora quante cose dicono gli oggetti che possediamo? 
Quanto raccontano di noi? 
E quanto racconta di noi l’utilizzo che ne facciamo?
Cosa indica il luogo in cui li accendiamo o li indossiamo? 

Le merci costituiscono la base per questa inedita epifania messa in piedi da SignalFrame

Adesso dovrei dire che la notizia – e perdonate se la metto in fondo, ma Disobbedienze per fortuna non è un giornale – sta nel fatto che il Laboratorio di ricerca dell’aviazione militare degli Stati Uniti (Air Force Research Laboratory) ha investito su questa start up. Ha finanziato l’azienda con poche risorse – 50.000 dollari non sono tanti soldi per quel mondo – con l’obiettivo di capire se i dati, che SignalFrame estrae dal mondo, possano avere un qualche utilizzo militare. Adesso appare più comprensibile la scelta della sede a Washington. Sulle rive del Potomac l’azienda è più vicina al potere, all’intelligence, al Pentagono. E dunque ai tanti possibili utilizzi in campo militare e di sorveglianza che si possano mai immaginare. 

📌 Questa vicenda, per la verità, pone l’accento su un termine che utilizziamo spesso in ambito digitale: smart. L’intelligenza di un oggetto riconosciuto da SignalFrame comporta alla possibile comprensione dei segnali e quindi dei dati che lo riguardano, alla sua ingenuità potremmo dire. E tuttavia intelligenza – in italiano – è anche complicità, collegamento, relazione (si pensi a all’intelligenza col nemico punita dal codice penale militare di guerra), una corrispondenza che tradisce le nostre intenzioni, i nostri comportamenti, molto di più di quanto non lo faccia un like su un post

Sono sempre più convinto che l’indefinito attorno alla violazione della nostra privacy sia la ragione per la quale non ce ne preoccupiamo. Anche questa nuova applicazione scaverà nei nostri dati e racconterà tanto dei nostri comportamenti e interessi, forse più di quanto sia mai stato fatto finora; ma siccome dietro non scorgiamo un occhiuto signore che spia ogni nostra attività, non ci allarmeremo più di tanto. Figuriamoci se ci interessa l’estrazione di valore dagli oggetti e dall’uso quotidiano che ne facciamo. Eccola qui l’ingenua intelligenza delle cose al lavoro: essa è già protagonista di tanta parte delle nostre esistenze.


Lavorare tutti allo stesso modo 

Un certo, consumato, sconforto. Questa è la reazione che coglie chiunque legga con costanza le notizie che arrivano dagli Stati Uniti, dalla California, in fatto di tecnologia (la reazione che ho io, almeno). Non è soltanto la critica verso un assetto così diverso, così alieno alla vecchia Europa, un assetto così lontano eppure tanto decisivo nelle nostre vite. Fa impressione soprattutto la quantità di novità. Il movimento continuo, incessante, che conduce a ricerche e quindi a soluzioni che spostano in avanti le cose e di lato le abitudini. Tante novità, tante, tantissime.  

Quaggiù, invece, si nota la candida assenza di questo tema nel discorso pubblico. Quando si parla di tecnologia ondeggiamo tra la genuflessione e la crocifissione. Ascoltiamo l’eco dimessa di quanto accade in California. Alcuni rispondono evocando l’eccezionalità americana, à la Alberto Sordi, ma è un modo per scantonare, costoro non spiegano e non raccontano (quanta frenesia però abbiamo registrato per le presidenziali; come se l’America contasse solo per l’inquilino della Casa Bianca). 

Purtroppo non ci rendiamo davvero conto di quanto siamo distanti, di quanto siamo lontani e arretrati, di quanto l’innovazione – nei suoi innumerevoli significati – costituisca un tema rilevante dell’agenda politica, dei media e, naturalmente, del mondo del business negli Stati Uniti; e di quanto invece questo dibattito manchi proprio qui. In Italia. 

Un esempio. 

Salesforce, che è un’azienda che produce e vende software per gestire i clienti, ha comprato Slack, che è un’azienda che vende e produce software dedicati alla produttività e alla comunicazione aziendale. Un’operazione da quasi 30 miliardi di dollari. Molti di noi nemmeno se ne sono accorti, sebbene questa acquisizione avrà effetti sulle nostre esperienze professionali e quindi sulla nostra vita. 

Gli strumenti che le aziende fanno utilizzare ai lavoratori arrivano dall’altra parte dell’oceano. Alcuni sostengono che Slack sia già morto, superato da Microsoft Teams, altri no, che è una specie di rivoluzione; ma non è questa la sede per discuterne. 

Mi preme piuttosto sottolineare come gli strumenti digitali aziendali rivestano un ruolo sempre più importante, e pervasivo, nello svolgimento delle mansioni di molte categorie professionali. Anche se in questo processo i lavoratori interpretano un ruolo sempre più marginale.

Scrive Casey Newton (giornalista bravo ed esperto di Silicon Valley) a proposito di questa enorme acquisizione: «sembra la fine di un’era, quella in cui i lavoratori avevano il potere di portare in ufficio gli strumenti che preferivano, e di decidere da soli come terminare un lavoro». Temo sia una visione utopistica che risuona del mito californiano in cui la tecnologia rappresenta la leva che solleva il pianeta, a disposizione di chiunque voglia applicarvi la propria forza. Sia in fabbrica che negli uffici ai lavoratori non è consentito portare i propri strumenti di lavoro, siano essi fisici o digitali.

Ma Casey Newton aggiunge un’altra considerazione importante: «il mercato dei software per la produttività diventerà sempre più chiuso come altri ambiti su Internet, dagli store per le applicazioni ai motori di ricerca, fino ai social network». Insomma, in California si manifesta ancora una volta la tensione al monopolio in un settore importante per la quotidianità di milioni di esseri umani. Potere che grava sulle nostre vite, in maniera sottile certo, ma non per questo meno incisiva. E quando il monopolio sarà effettivo, lavoreremo tutti allo stesso modo, seguendo gli stessi processi mentali perché utilizzeremo tutti gli stessi strumenti. Nuove catene di montaggio, nuovi conformismi, nuove egemonie. 

Questo tema, le fusioni tra i giganti di un settore in crescita spaventosa (vale 140 miliardi di dollari l’anno), meriterebbe attenzione e riflessione. Invece, sui giornali, ho trovato l’ira dei comari d’un paesino e il dibattito stantio sul MES, dibattito che si muove di un millimetro al mese (esempi tratti dalla prima pagina di oggi del principale quotidiano italiano).

Non solo. 

La fusione di queste due grandi compagnie avvicina – pericolosamente – il monitoraggio in tempo pressoché reale dell’esperienza di un cliente al monitoraggio, in tempo reale, dell’esperienza di un lavoratore. Slack è un oggetto avvolgente e onnivoro che ha mutato alcuni paradigmi organizzativi. Il suo obiettivo dichiarato era quello di assassinare l’email a favore della chat aziendale. Anziché scriversi in maniera asincrona, i dipendenti fedeli al culto di Slack si mandano messaggi in chat. 

Ora, chiunque di voi utilizzi Whatsapp, come chat anche lavorativa, sa quanto l’applicazione di messaggistica sia pervasiva, invadente, distraente. Strumenti di questo genere traslano nello spazio professionale modelli nati in altri ambiti. Assistiamo allo spostamento di sistemi e spazi di comunicazione sorti per dialogare tra pari in un ambiente gerarchico come quello lavorativo. 

L’informalità, la rapidità, la superficialità invadono spazi in cui è il lavoratore a rischiare in prima persona se utilizza male queste caratteristiche. Tuttavia una comunicazione rapida, informale e talvolta superficiale (come può essere quella di una chat), e quindi pericolosa per la precisione richiesta al lavoratore, viene promossa sul luogo di lavoro digitale, proprio dallo strumento che egli è chiamato a dover utilizzare. Tra l’altro grazie a decisioni prese da altri, sopra la sua testa.

Quando applicazioni nate per l’intrattenimento (la chat, i social network) fluiscono verso altri ambiti (il lavoro, la scuola, la politica, l’informazione), e vengono utilizzate in altri ambiti, la sintesi non appare mai riuscita né mirabile, anzi. Il composto si rivela instabile, un miscuglio malgirato che prima o poi risulta indigesto.


Facebook va spezzato in tre

La notizia del giorno, per quel che riguarda la Silicon Valley, è la richiesta da parte della FTC, la Commissione federale per il commercio americana, di dividere Facebook in tre. Fare 3 distinte società, con 3 proprietari differenti, per spezzare un monopolio che impedisce il dispiegarsi della concorrenza. 

Da una parte, quindi, il vecchio social network fondato da Zuckerberg nel 2004, da un’altra Instagram e in una terza azienda WhatsApp. Per chi segue Disobbedienze la notizia non suona totalmente inattesa. Più volte abbiamo parlato di queste indagini e dei rischi che corre Facebook (e che corrono in maniera del tutto simile Google, e Apple, e Amazon). 

Per adesso non accadrà nulla. 

Ci vorrà del tempo, nel frattempo provate a immaginare quali e quanti avvocati potrà schierare Mark Zuckerberg

Il presidente della FTC ha spiegato che il suo obiettivo è quello di «annullare la condotta anticoncorrenziale di Facebook e anzi di ripristinarla in modo che l’innovazione e la libera concorrenza possano prosperare».

Facebook ha utilizzato gli stessi termini nel comunicato cui ha affidato la sua risposta: «senza alcun riguardo per la legge o per le conseguenze per l’innovazione e gli investimenti, la FTC sta dicendo che ha sbagliato e ha cambiato opinione». Il social network si riferisce al via libera che la Commissione aveva dato, a suo tempo, all’acquisizione di Instagram e Whatsapp. Ma il mondo era differente, eravamo nell’epoca pre Cambridge Analytica

Alcune riflessioni brevi e qualche rinvio a cose che avevamo già affrontato qui.

Facebook opporrà alle considerazioni della FTC un primo importante argomento: per giudicare un eventuale monopolio va considerata la vastità del mercato rilevante (concetto essenziale per la disciplina antitrust), in cui il social network opera. E il mercato rilevante è il mondo intero. Come fate ad affermare che ho inibito la concorrenza – spiegherebbe Zuckerberg quando il mercato ospita anche TikTok, Snapchat, Twitter, YouTube e Docs (e quindi Google), iMessage (e quindi Apple), ma soprattutto WeChat? 

Insomma la concorrenza in questo settore è globale. 

Gli Stati Uniti, per quanto grandi e popolosi, rappresentano soltanto una porzione di uno spazio vasto quanto tutto il mondo. 

Spezzare Facebook – in un mercato così vasto – significa ridurne la capacità di competere, e aprire la strada allo spezzatino anche per Google (e forse Amazon). E significa soprattutto lasciare campo aperto ai campioni cinesi, e cioè WeChat e Alibaba. Aziende, queste ultime, che non hanno alcun problema di monopoli e antitrust.

Significa, in definitiva, ridurre la capacità di competere e innovare delle più grandi, potenti e tecnologicamente avanzate aziende americane. 

Le accuse della FTC credo siano più semplici da comprendere. Oggi un pezzo del Washington Post ha riassunto tutti i momenti in cui Zuckerberg ha fatto il bullo con le aziende che incontrava lungo la sua strada. Mettendo in campo tre alternative possibili: l’acquisto della concorrenza, la copia della concorrenza, la cancellazione della concorrenza. Insomma, la famosa modalità distruggi di cui parlava il fondatore di Instagram Kevin Systrom.

➡️ All’orizzonte resta la cosa più complicata, a mio modo di vedere: come divideranno in tre parti una formula? Come si fraziona un algoritmo? Per gli utenti si tratta di 2 social network e un sistema di messaggistica, ma l’azienda in questi anni ha corso in maniera forsennata per unire sistemi, database e algoritmi e fare di tutto una sola cosa. 

📌 Su questo tema vi rimando a un articolo, scritto esattamente un anno fa: “Il tramonto dell’occidente digitale”.


La DAD in India e le lezioni dipinte sui muri

In un villaggio del Maharashtra, uno Stato occidentale dell’India, una scuola ha dipinto le lezioni sui muri del villaggio, cosicché tutti i ragazzi potessero continuare a studiare anche senza stare in classe. In un altro Stato, lo Jharkhand, nord est dell’India, gli studenti hanno ascoltato le parole dei docenti attraverso altoparlanti disseminati nelle strade e nelle piazze. 

Non sono storielle edificanti sulla proverbiale intraprendenza scolastica della più grande democrazia del mondo. Non sono nemmeno le prime pagine de Il matematico indiano, bel romanzo di David Leavitt, su uno scienziato geniale di un villaggio del subcontinente. Sono notizie di cronaca. 

Una ONG indiana, la Fondazione Pratham, ha pubblicato il proprio rapporto annuale dedicato all’educazione, con particolare attenzione agli effetti della pandemia. La rilevazione conta su numeri imponenti: 60.000 famiglie e 9.000 docenti ascoltati, in 26 Stati. La ricerca ha evidenziato gli enormi problemi emersi con la didattica a distanza, in una nazione gigantesca e dagli squilibri per noi inimmaginabili.

L’emergenza Covid19 non ha lasciato scampo ad alcun sistema scolastico al mondo. In poche settimane centinaia di milioni di persone, tra docenti e studenti, hanno affrontato lo spostamento delle lezioni dalle classi in casa. I sistemi più avanzati hanno reagito meglio, quelli più fragili hanno mostrato tutte le diseguaglianze che esistono, dentro e oltre le mura scolastiche. E siccome i numeri contano in questa vicenda, annotiamo che sono 300 milioni gli indiani in età scolare. La nazione col più alto numero di studenti al mondo. E la metà è composta da bambini della materna e della scuola primaria. 

Il 38% delle famiglie indiane non possiede uno smartphone, il 46% ne ha uno e solo, il 16% due o più; infine solo il 24% delle famiglie ha accesso a Internet. In molti territori WiFi si trova solo in un unico luogo in tutto il villaggio, o in unico villaggio di una intera regione. Con forbici che si aprono tra città e campagne, tra quartieri e quartieri, tra scuola pubblica e privata e anche tra ragazzi e ragazze. Queste ultime hanno minori possibilità di avere a disposizione una connessione in famiglia. 

Il blocco delle lezioni in presenza ha trasformato il digital divide in un divario sociale insormontabile. Soprattutto nel confronto tra città e campagne. Eccolo il negativo degli scatti scintillanti delle diverse Silicon Valley indiane, a partire da Bangalore.

Intanto dall’inizio della pandemia, nelle zone rurali, tanti bambini e ragazzi hanno smesso di andare a scuola, per dare una mano nei campi. A quel punto altrettanti insegnanti hanno cominciato a chiedersi come sostenere la didattica a distanza, oppure in presenza ma pur sempre in sicurezza. La maggior parte dei docenti ha utilizzato Whatsapp come strumento per comunicare con gli studenti. Attenzione, non hanno sfruttato l’app di messaggistica per fare lezioni in videochiamata, ma semplicemente per inviare materiale didattico, per lo più video, utile a far studiare i ragazzi. 

In alcuni casi gli studenti hanno ascoltato le lezioni addirittura via radio. In molte zone del paese l’unico segnale utilizzabile è quello di una rete a 2G, il che equivale a una connessione lenta, instabile (il segnale sul vostro smartphone è quasi sempre 3G o 4G, i nuovi telefoni supportano il 5G). Una lezione in 2G, per capirci, si ascolta ma non si può vedere. Molti ragazzi hanno cominciato a salire sui tetti delle case affinché lo smartphone prendesse meglio. In alcune regioni, soprattutto quelle ai piedi dell’Himalaya, l’arrivo dell’inverno e le temperature rigide impediranno questa soluzione. 

Molti genitori hanno guidato per ore per arrivare in villaggi dove esiste una connessione WiFi gratuita, per poi scaricare i compiti dei figli e infine tornare a casa.   

La Fondazione Pratham ha diviso alcuni villaggi rurali in zone, ha nominato responsabili colore che avevano smartphone più moderni, e a loro ha inviato materiali da condividere con altri studenti, con le altre famiglie.

Gia in epoca pre-Covid molti insegnanti, impegnati in progetti contro l’abbandono scolastico, andavano in motorino a fare lezione da piccoli gruppi di studenti, in diversi villaggi. Ogni giorno della settimana una piccola comunità di bambini o ragazzi riceveva le lezioni a domicilio. Con il lockdown, la necessità ha mutato il carattere della sperimentazione trasformandola in qualcosa di strutturato. E così molti giovani docenti oggi coprono migliaia di chilometri per raggiungere le proprie classi. È la scuola, o meglio sono proprio gli insegnati che vanno incontro ai ragazzi pur di evitare che smettano di studiare.


Google non va, ma che c’entra il remote working? 

📌 Permettetemi di partire da una considerazione personale. Poche cose mi turbano come la totale assenza dalla stampa italiana di un dibattito serio, approfondito, sul remote working

L’altro giorno su Repubblica c’era un pezzo sulla chirurgia estetica necessaria per stare meglio davanti alla webcam. Quanto botulino serve per una sessione di Zoom

Certo, direte che ho questa percezione perché ne ho scritto, e sono dunque vittima di una specie di principio di Heisenberg: parlo non da semplice osservatore, non da spettatore, ma da chi è parte. Sarà pure vero, però a me pare una mancanza del tutto evidente. Si parla poco di remote working. Si parla di DAD per misurare l’inefficacia della scuola (e dell’università) nel riprendere i ragazzi in classe, non della DAD in sé. 

Si parla poco di questi due temi, come se svanita la pandemia tutto questo svanirà – magicamente – dal nostro orizzonte.

Ieri però tutti abbiamo letto ipotesi e fatto congetture su cosa possa essere successo a una delle aziende più importanti del mondo, Google. Un’azienda che non solo fa comunicare miliardi di persone, aiuta ad andare in un posto, ma che fornisce l’infrastruttura tecnologica su cui molte aziende lavorano, garantisce – ad esempio – la rete per la didattica a distanza del più grande ateneo d’Europa: l’università di Roma, Sapienza. Quando parliamo di lavoro a distanza includiamo anche un tema come questo. 

Come sopravvive un professionista, un lavoratore, che utilizza i servizi di Google se quest’ultimo va giù? 

• Di chi è la responsabilità?
• Come si fa a evitare che questo accada?
• Esistono alternative? Anche per le scuole e le università?
• Quanto potere – non solo per la ricerca del miglior albergo in cui andare in vacanza – abbiamo concesso a questa azienda?

Ieri per un’oretta abbiamo considerato tutti questi interrogativi e poi, una volta che i servizi di Alphabet sono tornati funzionanti, li abbiamo lasciati da parte. Abbiamo steso il velo di una comoda rimozione su quelle domande. Dimenticando che l’azienda cui sono riferite ha prosperato proprio grazie alle domande dell’umanità, e alle conseguenti risposte. 

La verità è che il livello di interconnessione al sistema nel complesso, di aziende come Google, appare fin troppo elevata per non essere pericolosa per il sistema stesso (Qualche mese fa ho scritto un articolo che vi ripropongo: Troppo interconnessi).

I temi connessi al remote working attengono tanto alla quotidianità quanto al futuro. Che lavorare da casa sia una soluzione comoda, ipoteticamente coerente con la gestione dei propri orari e dei propri spazi, che faccia risparmiare tempo nel traffico e che sia un ausilio essenziale per combattere il cambiamento climatico sono tutti dati di fatto innegabili. La semplificazione non deve però condurci ad affrontare il remote working come una partita a carte: prendere o lasciare. Il lavoro da remoto va accolto senza dubbio, ma con una serie di avvertenze. Ecco perché ritengo doveroso avviare un dibattito su questi temi (magari non sul botulino). E porsi anche qui delle domande.  

 • Quanto affatica stare davanti al computer? 

 • Quali sono le conseguenze di questa fatica? 

 • Chi mi può aiutare? 

Ma poi, e qui la rimozione appare più grave e profonda, le domande scivolano ostinate verso il futuro. 

Nel momento in cui le trasferte per lavoro diminuiranno del 15% (c’è chi parla, come Bill Gates del 50%, altri del 30%, io mi sono tenuto su una percentuale prudente), quali saranno le conseguenze sull’economia di domani? 

 • Quali effetti avrà tutto questo sull’industria del trasporto aereo? Quante compagnie aree dovranno chiudere? O quanto dovranno ridurre la propria operatività? (Negli Stati Uniti molti piloti di aereo licenziati in tronco si sono messi a fare i camionisti).  

Quanti alberghi e ristoranti, con una clientela business ridotta, valuteranno con serietà l’opportunità di rimanere aperti? 

• Quante persone perderanno il lavoro?
• Quante addetti alle pulizie, camerieri, concierge, portieri, impiegati, facchini? 
• Quanti tassisti e noleggio con conducente subiranno questa flessione? Quanti avranno ancora lavoro?
• Quanti negozi negli aeroporti chiuderanno?
• E su una scala più ampia, nel momento in cui anche solo il 20% delle persone dovessero continuare a lavorare da remoto, in Italia sarebbero poco meno di 2 milioni di impiegati, quali effetti si produrranno sulle città? E sulle zone in cui sono presenti molti uffici?
• Quali conseguenze si produrranno sui servizi pubblici locali?

Potrei andare avanti con altre 50 domande di questo tipo. Noto solo che abbiamo reso Google inevitabile nelle nostre esistenze, attraverso un processo di rimozione delle conseguenze, del tutto simile a quello che stiamo adoperando col remote working. E non sembra che siamo ancora pronti per affrontare questa rimozione.


Il Washington Post e l’algorithms reporter 

La mappa delle specializzazioni giornalistiche è nota a tutti. Dalla policromia della cronaca, nera, bianca o rosa, agli inviati, dai corrispondenti all’estero ai reporter di guerra, fino ai giornalisti che seguono un solo tema: politica, economia, costume e tecnologia. Ma una notizia, apparsa ieri, ha aggiunto una specializzazione al catalogo e ha un po’ cambiato i connotati della professione. 

Un breve articolo, sul Washington Post, ha annunciato una nuova figura professionale che andrà a lavorare al servizio del quotidiano della capitale statunitense: il reporter specializzato in algoritmi e intelligenza artificiale (AI and alghoritms reporter).

«Siamo entusiasti di annunciare che Gerrit De Vynck si unirà al Washington Post», dal prossimo 4 gennaio. Il neoassunto ha un background politico, e proprio di politica applicata alla tecnologia si è occupato per anni; ha coperto un incarico simile per Bloomberg, dove «ha seguito Google, aiutando a raccontarne il successo e il dominio, e il modo in cui essa ha plasmato il web». 

Ovviamente Gerrit lavorerà da San Francisco e avrà come compito quello di continuare a seguire Google e  Alphabet, ma più in generale dovrà raccontare «il potere degli algoritmi». Eccolo l’elemento interessante di questa storia: la qualifica, reporter specializzato in algoritmi e intelligenza artificiale, tanto da doversi occupare del loro potere (da noi una figura simile non esiste, anzi credo che al massimo una decina di giornalisti conoscano nel dettaglio i meccanismi di funzionamento degli algoritmi di Google, Facebook o Netflix; sebbene siano piattaforme essenziali nella vita di milioni di italiani).

Con questa mossa, il quotidiano, di proprietà di Jeff Bezos, afferma oggi la necessità di seguire l’ennesima manifestazione del potere, potere di cui il giornalismo dovrebbe essere il cane da guardia. Insomma il Washington Post considera l’intelligenza artificiale come qualcosa di simile al Pentagono o alla Casa Bianca. 

Ora non è che manchino i giornalisti esperti in cose della Silicon Valley, anzi. Una lunga lista di reporter e analisti molto bravi spiega quanto accade laggiù per giornali e televisioni. Per la prima volta, tuttavia, una grande testata sta definendo in maniera inedita, e appropriata secondo me, un ambito giornalistico che esiste da tempo, la tecnologia. 

Il quotidiano che ha scoperchiato lo scandalo Watergate ha deciso di affrontare le notizie che arrivano da un indistinto ambito tecnologico, trattandole non più come un fatto economico o commerciale, e nemmeno dal punto di vista dell’innovazione, ma rivelando la sostanza degli algoritmi nella vita attuale. La loro decisiva influenza. 

Un tempo la stampa era il Quarto potere, la tv il Quinto, le techno-corporation sono abbondantemente il Sesto.


Una finestra sul cortile del mondo

Internet è una cosa meravigliosa. A volte tendiamo a dimenticarlo. 

Il problema è chi, in questi anni, ha approfittato della natura libera di uno spazio aperto, anarchico, per costruire giardini recintati, in cui fare soldi a palate. Per fortuna il web continua a essere un luogo incredibile in cui scovare perle. 

La prova è questo piccolo grande sito, si chiama Window swap, ed è un invito a cambiare la finestra dalla quale guardare panorami in tutto il mondo. 

Lo hanno realizzato una giovane coppia che vive a Singapore: Sonali Ranjit e Vaishnav Balasubramaniam. L’idea è quella di «riempire il vuoto profondo nei nostri cuori che deriva dalla voglia di viaggiare, permettendoci di guardare attraverso la finestra di qualcun altro, da qualche parte nel mondo, per un po’». In attesa che si possa prendere di nuovo un aereo, che si possa «esplorare (responsabilmente) il nostro bellissimo pianeta» accontentiamoci, si fa per dire, di viaggiare senza muoverci. 

Un meccanismo al quale chiunque può partecipare. Basta avere un affaccio su un qualunque cortile del mondo, inquadrare il panorama e anche il telaio della finestra, prendere il proprio smartphone e girare un video in HD della durata di 10’. A quel punto impacchettate il tutto con il vostro nome e la città in cui avete realizzato il filmato e inviatelo a Window-swap.

Sonali Ranjit e Vaishnav Balasubramaniam avvertono che ricevono migliaia di mail con altrettanti video da processare, quindi se ne spedite uno portate un po’ di pazienza. 

Davvero questo minuscolo sito rappresenta la meraviglia originaria di Internet

Un’idea di due persone che vivono della collaborazione gratuita di migliaia di altre, sparse in tutto il mondo, la condivisione di qualcosa di estremamente semplice, il disinteresse verso qualsiasi forma di commercializzazione, ma accompagnata dalla richiesta di un contributo minimo, perché le spese per mantenere in piedi il sito non sono banali. 

Quando dico che Internet – per fortuna – non è soltanto Facebook, Instagram o Google, è esattamente di questo che parlo.


Un Manifesto per la comunicazione del vaccino 

Poche cose sono complicate come comunicare un vaccino. Sopratutto dopo tutti questi mesi in cui siamo stati sopraffatti da contenuti che parlavano di Covid19. Letteralmente inondati. Con Francesco Marino abbiamo provato a scrivere alcune cose che potrebbero e dovrebbero essere fatte.

Una cosa è certa: un approccio muscolare non serve davvero a niente. Bisogna tenere conto delle paure delle persone, e quindi rassicurare e spiegare a ogni livello. Si parte da qui, ma c’è anche molto altro. 

📌 Trovate il Manifesto per la comunicazione del vaccino contro il Covid19 sul magazine digitale Scienza in rete.


Comprereste un’auto usata da remoto? 

🔴 Comprereste un’auto usata da quest’uomo? Di solito la domanda veniva posta pensando a un politico. Per testarne la fiducia e la serietà, ammettendo che si trattava di uno che non rifilava fregature. 

Oggi, la pandemia di nuovo Coronavirus ha indirizzato questa domanda verso nuovi interlocutori, non umani. Come tante altre cose a distanza, l’assenza di contatti ha piegato anche il modo di vendere automobili usate. All’elenco dei grandi vincitori economici di questa stagione vanno aggiunti la piattaforma americana Carvana o quella inglese Cazoo. La prima ha aumentato gli affari del 25% nel primo trimestre del 2020. 

Gli acquirenti, spinti dalla necessità del distanziamento, hanno accettato di guardare una macchina da acquistare controllandone lo stato sul computer, o dallo smartphone. Carvana fa fotografare ogni automobile in modo che sia visibile a 360 gradi, interni ed esterni. Se l’auto convince il compratore, tutto si conclude online: moduli, prestito e richiesta per una consegna a domicilio. Non c’è più bisogno di uscire, non c’è più bisogno di parlare con un concessionario, non c’è più bisogno di recarsi fisicamente a ritirare l’automobile. 

Con il gusto tipico delle società tecnologiche nell’épater le bourgeois, l’azienda ha anche allestito un distributore automatico di macchine usate (guardate il video). Dopo aver infilato una specie di super gettone in un aggeggio, con un sistema di carrucole la macchina arriva a terra per essere ritirata. Se non è soddisfatto, l’acquirente può riconsegnarla – sul modello di Amazon – entro 7 giorni dall’acquisto.

Ha ragione lo storico dell’economia, Joel Mokyr, uno dei ruoli più importanti della tecnologia è abilitare il «grande falso (great fake)» ma forse sarebbe meglio dire la «grande copia», nel senso di abilitare «rappresentazioni realistiche sempre più accurate di qualche tipo di realtà, attraverso una qualche forma di mimesi digitale»; una forma di reale virtualizzazione. Benché lo sembri, nella sostanza non si tratta di un ossimoro. Reale va riferito all’esperienza, virtuale al luogo in cui si realizza. Continueremo a comprare macchine, semplicemente, come per molte altre cose lo faremo da casa. Ricreando un’esperienza secondo differenti coordinate.  

Insomma dobbiamo togliere dalla lista di spazi commerciali che pensavamo potessero resistere all’acquisto online, anche il concessionario di automobili. 

L’interrogativo sul futuro delle città, nel senso di come appariranno senza tanti tipi di negozi e uffici, è un interrogativo più che mai attuale.


L’eredità digitale

L’Occidente ha riscoperto la morte. Dopo averla a lungo rimossa e retrocessa, la pandemia l’ha naturalmente riportata in primo piano, nel discorso pubblico. I camion di Bergamo, i container di New York, le fosse comuni in Brasile, le linee guida della Società scientifica degli anestesisti e rianimatori, e più in generale il virus come «vivente non umano» (come lo definisce Marco Revelli nel suo Umano, Inumano, Postumano), tutto ciò ha inchiodato l’essere umano all’ineludibile presenza della fine.

Ne abbiamo parlato e discusso con una certa sostenuta indignazione, abbiamo letto analisi sul ritorno della morte, sorta di revenant definitiva, come se davvero fosse possibile nascondere le nostre ceneri sotto il tappeto delle chiacchiere. 

Però la ricomparsa della morte in un mondo ormai ibrido, con le macchine che detengono vaste rappresentazioni delle nostre esistenze, impone l’obbligo di aggiungere al pensiero dell’eredità tradizionale, anche il pensiero di un’eredità digitale. Tanto il pensiero quanto le azioni conseguenti, direi.

Di fronte a una simile congiuntura, anche un tempio del materialismo e del capitalismo, come il Wall Street Journal, ha sentito il bisogno di dedicare una lunga pagina al tema. L’argomento va preso sul serio sotto molti aspetti, con una buona dose di pragmatismo. «Cosa fare prima di morire, una check list tecnologica», questo il titolo del pezzo di Joanna Stern dello scorso 18 dicembre.  

In effetti abbiamo molte proprietà digitali e altrettanti spazi digitali in affitto. Quando ho scritto Manuale di disobbedienza digitale ho messo a confronto l’eredità fotografica limitata che lasciavano i nostri nonni o genitori, con quella che lasceremo ai nostri figli. Ci sopravviverà una mole colossale di scatti, un flusso di coscienza visuale senza particolare poesia, condizioni che renderanno complicato distinguere gli eventi importanti da quelli che non lo sono. 

Ecco, allora, che l’idea di una lista di cose da fare (una vecchia mania della Silicon Valley) non appare così peregrina. Vediamola nel dettaglio questa check list.  

📌 In primo luogo fate un inventario delle cose digitali

Account, profili, password, contenuti e conti in banca, hard disk esterni, chiavette: conviene recuperare tutto. Operate poi una separazione tra le cose importanti e quelle non importanti. Vedrete quanto spazio occupato da cose che possono essere buttate. 

Nominate poi un esecutore testamentario. Si occuperà lui di gestire le cose digitali (proprietà non è il termine esatto), almeno le più importanti, e di trasmetterle agli eredi, o all’erede secondo le vostre volontà. 

Fate in modo che l’esecutore possa accedere a tutte le password (esistono diversi software, ma potete anche scrivere tutto sulla cara vecchia carta). Se ci sono account o contenuti che volete che nessuno veda, cancellateli, oppure siate pronti a lasciare conti in sospeso che non potrete regolare.

Mark Zuckerberg, uno che capisce di faccende digitali più di tutti noi messi assieme, ha intuito, da tempo, che il tema possiede una sua pregnanza. Egli ha previsto la possibilità di nominare un contatto erede su Facebook, operazione che – alla morte del titolare – trasforma un profilo in un account commemorativo.

Insomma oltre all’esecutore, nominate anche un erede digitale. Le due persone possono essere diverse; il primo gestisce, l’altro, o gli altri ereditano.

Non solo Facebook, anche altre piattaforme come Twitter, LinkedIn, Microsoft, Apple, Dropbox, Instagram e Yahoo offrono la possibilità di definire chi riceverà le nostre cose digitali.

L’argomento più ostico, e su questo ha ragione Joanna Stern, è decidere cosa lasciare di noi. Oltre all’enorme massa di bit in forma di foto e status sui social network, cosa desideriamo rimanga di noi? Pensiamo a qualcosa di più accurato, e che sia e meno frutto della (quasi) dipendenza da social network

Un tempo si bruciavano o si lasciavano lettere e legati, si consegnavano – come si consegnano tuttora – anelli e orologi, per non parlare dei beni immobili. 

Ma esiste qualcosa di significativo che vogliamo lasciare come memoria digitale

Pensateci. 
Un video, una serie di video? 
Una serie di audio in cui raccontare la nostra storia? 
La nostra versione della storia? 

Potrebbe essere una cosa emozionante oppure penosa, oppure potrebbe rivelarsi un buon espediente per regolare alcuni conti col passato.
La Silicon Valley, ancora una volta, non si smentisce. 

Esiste una piattaforma, Here After AI, (qui e dopo grazie all’intelligenza artificiale) che consente di registrare tutto quello che desideriamo sulla vita pensando a chi ci sopravviverà. Ai nostri eredi Here After AI consegnerà un erede-avatar conversazionale, nulla di materiale, almeno per adesso. 

Si tratta di un avatar che utilizza la nostra voce e che, una volta imparato dalle nostre registrazioni, risponderà alle interazioni e alle domande attraverso Amazon Alexa o Siri. «Una capsula del tempo personalizzata che parla!», così la definisce la piattaforma, con tanto di punto esclamativo. 

«Invece di richiedere le previsioni meteo o la canzone preferita – scrive Here After AIi membri della famiglia possono fare domande sulla storia della tua vita e ascoltare le risposte con la tua voce reale». Tutto il tema del transumanesimo sembrava una delle tante, classiche, manie-fantasie che ogni tanto compaiono in California, ma non è così. 

La verità è che tutto quello che arriva da laggiù produce, alla lunga, effetti sulla nostra vita. E adesso anche sulla nostra morte.


Austin, Silicon Valley 

🔴 Non è un errore: la capitale non si è spostata dal Texas e la Silicon Valley non ha abbandonato la California. Eppure negli ultimi mesi alcune notizie indicano una specie di movimento carsico che potrebbe aprire scenari nuovi, rispetto alla geo-economia dell’innovazione. Alcune aziende tecnologiche importanti hanno infatti traslocato dalla California verso la città di Austin, Texas

Oracle, ad esempio, vecchia guardia della Silicon Valley, azienda blasonata che realizza software tra i più utilizzati al mondo, ha spostato il suo quartier generale da Redwood Shore ad Austin. Nella stessa città Apple ha aperto un campus e Tesla una fabbrica. Anche Elon Musk ha deciso di trasferirsi e andare a vivere in Texas. Il governatore dello Stato, dopo averlo accolto e averci parlato, ha detto che si aspetta che la presenza di Tesla nella regione possa crescere. Ricordiamo che anche se costruisce automobili, l’azienda di Musk va considerata, nella sua essenza più profonda, una tech company. Potremmo definire Tesla una fabbrica di dati e processori con gli stabilimenti intorno, e una macchina di dati e processori con una scocca intorno. 

Negli ultimi mesi anche la Hewlett Packard ha spostato la sua sede a Houston

La scelta di Austin non è causale: si tratta di una città universitaria con una cultura molto vicina a quella della Silicon Valley e di Burning Man. Uno slogan del passato recitava Keep Austin Weird, che Austin, insomma, rimanga strana, eccentrica. Ovviamente questo aspetto e la presenza delle università, a partire da quella del Texas, sono un elemento importante, ma le aziende si muovono per ragioni molto più prosaiche, come le tasse. L’imposta texana sui profitti delle società scende, mentre quella californiana sale. 

Per adesso sembra impossibile che un’altra regione negli Stati Uniti possa insidiare il ruolo e il primato della Silicon Valley. Quest’ultima è un’entità, una specie di comunità immaginata, che si estende da sud, da San Diego fino all’estremo nord della costa Ovest; a Seattle ci sono le sedi di Amazon e Microsoft. La chiave del successo, ne abbiamo parlato spesso su Disobbedienze, è frutto di un mix di elementi: le università, un tessuto diffuso di imprese tecnologiche, molti soldi da investire, la presenza dei militari e di Hollywood, lo sguardo rivolto verso oriente.

Adesso, complice la pandemia, la Silicon Valley sarà meno radicata a una sola area degli Stati Uniti e del mondo. Ne sorgeranno diverse, intorno a traslochi d’eccezione come quelli che abbiamo visto per Austin. Queste zone potranno favorire, a loro volta, la nascita di altri piccoli o medi distretti tecnologici (hub dell’innovazione li definisce Enrico Moretti, autore de La nuova geografia del lavoro). Più le città diventano magneti per le aziende, più esse cominceranno a somigliare a San Francisco, sotto il profilo dell’assurdo costo della vita. Ecco perché, accanto a questo fenomeno, molti lavoratori della conoscenza preferiranno andare a lavorare da remoto in regioni dove la vita costa poco. Anche Larry Ellison, fondatore di Oracle e tra i 20 uomini più ricchi del mondo, e certo senza particolari problemi a muoversi con i suoi aerei, ha deciso che comunque vivrà alle Hawaii e lavorerà via Zoom.  Osservando quanto accade nel settore tecnologico, il ricorso al lavoro da remoto, in maniera sempre più diffusa, sembra un processo abbastanza irreversibile. 

Fanno sorridere i tentativi europei, per non parlare di quelli italiani, di scimmiottare la Silicon Valley, senza costruire prima una solida, diffusa, rete di conoscenze e di università e poi di servizi che hanno reso la Silicon Valley quello che è. Per capirci, senza Stanford molte importanti aziende tecnologiche, a partire da Google, non sarebbero mai nate. 

Rispetto al tema dei traslochi, possiamo invece scommettere su un effetto di natura politica. L’afflusso di lavoratori della conoscenza, tradizionalmente liberal, a Austin e in altre città, modificherebbe la composizione elettorale del Texas. A quel punto, nel giro di qualche anno, lo Stato potrebbe diventare democratico, con effetti duraturi e a cascata sulle elezioni presidenziali degli anni a venire.(

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