La settimana Telegram (21 settembre – 25 ottobre 2020)

Pagare mettendoci la faccia
(21 settembre 2020)

🔴 La Cina è leader mondiale nelle tecnologie di riconoscimento facciale. Non è solo la quantità di telecamere di sorveglianza utilizzate nelle strade e negli aeroporti, ma l’utilizzo che Pechino ne fa. Dal check-in in aeroporto (ne abbiamo parlato nell’ultimo post) al bancomat (chi scrive ha visto in molti bancomat cinesi persone che ritiravano denaro senza digitare alcun pin), dai distributori di carta igienica alla sorveglianza di massa, con e senza pandemie di mezzo. 

Adesso Jack Ma, grande capo di Alibaba e di Alipay, vuole utilizzare il riconoscimento facciale per effettuare pagamenti attraverso piccoli totem installati in prossimità delle casse nei negozi al dettaglio. La società che ha sviluppato questa tecnologia si chiama Ant Financial Services Group, ed è pronta per essere quotata in Borsa. Eppure l’esperimento “smile to pay”non è andato granché bene. Numeri al di sotto delle attese. Le persone sono restie a sorridere a una telecamera per pagare; in parte perché il processo di registrazione è piuttosto macchinoso, in parte perché gli utenti hanno manifestato preoccupazione per la privacy (!), ma soprattutto perché i pagamenti da cellulare – in Cina – sono la normalità e sono estremamente comodi. Pur di convincere i cittadini cinesi a utilizzare queste tecnologie, Ant ha sperimentato una funzione che muta l’aspetto delle persone quando si guardano riflesse nel video: occhi più grandi e pelle più chiara.  

Anche WeChatPay aveva messo a punto un sistema simile che scansionava i volti anziché i codici QR per pagare da smartphone.  I due conglomerati (Alibaba e Tencent proprietaria di WeChat) gestiscono il 90% dei pagamenti da smartphone, per una cifra pari a 23.000 miliardi di dollari

📌Un occidentale, che si trovi laggiù, osserverà con stupore il gesto ormai automatico e ripetuto in città di ogni dimensione, con cui le persone inquadrano dal proprio telefono codici QR, in bancarelle e negozi, piccoli e grandi, lungo le strade, per pagare anche piccole somme. Tutto si può pagare con lo smartphone, letteralmente. 

Dico questo perché ritengo si tratti di una prudenza che verrà travolta dal naturale processo con cui la tecnologia si impone in Cina, come se fosse qualcosa di ineludibile. Tuttavia non sempre ciò che laggiù trova spazio, perché qualcuno ha imposto quello spazio, compare da noi allo stesso modo o in simultaneamente. 

Il riconoscimento facciale evoca timori e allarmi molto più di altre tecnologie altrettanto invasive. 

Eppure arriveremo a utilizzarlo presto anche noi, per una ragione ben più prosaica. Il nostro volto risulta molto più difficile da hackerare rispetto a qualsiasi password, anche la più complessa che possiate mai escogitare. Per quanto proveremo a opporci, alla fine ci verrà raccontato, e sarà un racconto parzialmente veritiero, che il nostro viso rappresenta l’unica barriera al furto di dati, una specie di ponte levatoio digitale. A quel punto pagheremo e faremo molte altre cose, semplicemente guardando una fotocamera, allo stesso modo con cui oggi, chi possiede un iPhone, sblocca il telefono. 

(Per inciso, il computer quantico, se mai sarà realizzato, eliminerà alla radice il concetto di password,  sorgeranno altri e inimmaginabili problemi e dovremo tentare altre strade).


Allora fallo! 
(23 settembre 2020)

🔴 Ha ragione Christopher Wylie: Facebook faccia ciò che minaccia di fare. E cioè, se ne ha il coraggio, vada fino in fondo e chiuda i propri servizi digitali ai cittadini europei. 

Il tweet di Wylie – una delle fonti dello scandalo Cambridge Analytica – è una risposta a una dichiarazione di un avvocato e portavoce dell’azienda di Mark Zuckerberg: «non è chiaro come Facebook, in tali circostanze, potrebbe continuare a fornire i servizi Facebook e Instagram nell’UE». Quali sono queste circostanze? 

Si tratta di una decisione presa dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, la quale ha ingiunto ai social network di Mark Zuckerberg di non trasferire più i dati dei suoi clienti/utenti europei in server statunitensi. In ballo c’è la preoccupazione, di alcune istituzioni del Vecchio Continente, che il governo americano possa voler ficcare il naso proprio in quei dati (preoccupazione del tutto fondata).

Insomma la Commissione ha detto a Facebook che può pure continuare a raccoglierei tutti i dati che vuole, ma deve farlo in Europa, quei dati devono rimanere in server europei. 

Per quanto possa essere costosa si tratta di una sanzione accettabile, che salvaguarda abbastanza l’integrità aziendale e gli permette di continuare a guadagnare pacchi di denari. Certo, possiamo immaginare che l’algoritmo di Facebook/Instagram (ormai una sola cosa) avrà bisogno di investimenti e aggiustamenti corposi per calcolare al meglio gli interessi e le preferenze dei suoi 400 milioni di utenti europei, rispetto agli altri 2 miliardi sparsi nel resto del mondo. La precisione e la redditività di Facebook derivano anche dall’enorme massa di dati che processa e correla ogni secondo. Un conto, quindi, è lavorare e guadagnare sulla totalità delle informazioni generate da 2 miliardi e mezzo di utenti, dati che possono essere confrontati, misurati, analizzati fino alla singola unità; un conto è farlo su una porzione anche significativa di questa cifra. 

➡️Facebook, in ogni caso, ha minacciato di impacchettare tutto e chiudere i social network se la decisione non dovesse essere rivista. Facendo capire quanto tutto ciò sia essenziale per le sue casse (e per il modo in cui rischia di essere trattata nel resto del mondo). Nessuno immagina che Zuckerberg molli facilmente il colpo.

🔴Tuttavia la minaccia va presa sul serio, per alcune considerazioni che vi propongo. 

> Assistiamo all’ennesima sfida che il social network lancia a istituzionali nazionali (e sovranazionali; dietro l’Irlanda c’è un primum movens che è l’Unione Europea). Una sfida apparentemente totale: prendere o lasciare. Chi vedrà il bluff? Chi staccherà per ultimo prima della curva? Scegliete la metafora più appropriata, tuttavia è evidente che si tratta di una partita che si gioca in tempi stretti. Circa un mese. Staremo a vedere. 

> La seconda considerazione attiene al livello di conflitto che Zuckerberg sta evocando. Di un’intensità superiore al passato. Egli va dritto al cuore degli utenti, guarda al fulcro del suo impero, supera – disintermedia – le istituzioni nazionali e parla al popolo. Si rivolge ad esso, per dire che se questa cosa ingombrante che sono gli Stati nazionali, con le loro fastidiose istituzioni, insistono, voi non avrete più uno spazio di piena libertà. Per adesso il tutto si manifesta in maniere sfumate ma il contenuto risuona di questa concetti. Vedremo poi se egli sarà uomo di conseguenza.

> Poi una considerazione che riguarda noialtri. Se davvero egli dovesse chiudere tutto, che faremo senza social network? Come ci comporteremo? Saremo in grado di relazionaci senza la mediazione della piattaforma? Erigeremo barricate per difendere il diritto predatorio di Mark alla sottrazione indiscriminata dei nostri dati? 

> Da ultimo ci sarà da capire se questa contesa diventerà terreno di scontro tra UE e Stati Uniti. Se questi ultimi difenderanno il diritto di una loro azienda all’esportazione e al trattamento continuo e massivo di dati di cittadini di altre nazioni sul suolo americano(cosa che credo faranno, in fondo è una risorsa come un’altra e lasciarla sul suolo europeo non sarebbe sensato).

E comunque ha ragione Wylie: ehi Mark, do it!


E.gg
(29 settembre 2020)

➡️Crono che divora i suoi figli? 

➡️Quel principio di autodistruzione che alberga in molte creature? 

➡️Oppure la briglia sciolta lasciata ai ragazzi affinché si tolgano dalla testa l’idea di contestare?   

Queste tre domande arrivano dopo aver visto l’anteprima di un prodotto, un social network in qualche misura. Si chiama E.gg, nome bizzarro per una piattaforma ancora in fase di incubazione. 

«Abbiamo cominciato a lavorare a E.gg – è scritto sul sito – quando alcuni di noi si sono resi conto che sentivano la mancanza di un certo spirito rude e  colmo della volontà di esplorare che animava la prima Internet». Effettivamente all’epoca tutti noi assistevamo a un modo di riempire i siti di cose strane, brutte potremmo aggiungere, «un imbarazzante casino» così lo definiscono i creatori di E.gg, ma che era anche uno «strano e vivificante bazar pieno di GIF folli, firme e testimonianze appassionate nei guestbook, siti personali creati da chi aveva una passione smodata per un argomento di nicchia e volevano soltanto ritagliarsi un proprio spazio digitale». Chi, come il sottoscritto, aveva un blog alla fine degli anni ’90 ricorda questo clima. Ma i creatori di E.gg vanno oltre la pura nostalgia e si domandano cosa potrebbe accadere se le persone potessero esprimersi più liberamente. Si chiedono se nel web esista uno spazio per cose strane e insolite, se non si possa davvero restituire un po’ di controllo agli utenti per lasciarne libera la creatività. Se infine – domanda davvero interessante per i molteplici e possibili sottotesti – «sia possibile creare uno spazio che esprima un minore livello di pressione sugli utenti», un ambiente dove proporre cose non luccicanti e poco glamour. La risposta è che ovviamente esiste, e che questa cosa sarà proprio E.gg, e che loro ci stanno lavorando. Loro sono Facebook, attraverso il team NPE, ovvero il gruppo che sviluppa nuove applicazioni per il social network di Zuckerberg.  

Dalle poche anteprime di E.gg sembra davvero un revival di una Internet andata, qualcosa che ricorda un MySpace attualizzato. Creatività, libertà e stranezze sono parole che non stanno lì a caso, possiedono il sapore di madeleine che attivano intermittenze del cuore attorno a un tempo digitale perduto. Peccato che, come sempre, manchi la poesia in tutto questo, e con essa la verità, naturalmente. 

Gli esempi proposti dagli sviluppatori di E.gg sembrano pienamente calati nelle dinamiche dell’Internet di oggi. Si tratta per lo più di modelli, di palinsesti e canovacci da riempire utilizzando gli strumenti che la piattaforma mette a disposizione degli utenti, per creare manifesti, locandine, collage di fotografie da condividere poi in altri social network. Insomma una cassetta degli attrezzi da cui estrarre strumenti per esprimere la creatività, ma in cui – guarda caso – pennelli, colori e dimensioni delle tele sono forniti esclusivamente da Facebook.

Non deve stupire tutto questo. Nel lontano 2003, un’era geologica per l’universo di cui parliamo, MySpace lasciava agli utenti la possibilità di cambiare l’aspetto dei propri profili personalizzando le pagine, dando libero sfogo alla creatività, ricreando layout in cui specchiarsi e che illuminavano passioni e interessi delle persone. Dopo aver consentito un discreto utilizzo della libertà, di colpo, MySpace chiuse ogni spazio di autodeterminazione digitale e sviluppò un’interfaccia di personalizzazione controllata e limitata. Il cancello era stato sbarrato.

Qualche anno più tardi, Mark Zuckerberg spiegò al suo biografo perché Facebook non si fosse comportato allo stesso modo: «su MySpace la gente poteva fare quel che voleva sul proprio profilo. Noi invece abbiamo sempre pensato che gli utenti avrebbero condiviso di più se non gli avessimo lasciato libertà totale, perché in questo modo avremmo garantito un po’ di ordine». Parole d’ordine che rievocane vecchi e angusti baratti: ordine e sicurezza in cambio di scarne manciate di libertà digitale.

Adesso evidentemente certe necessità espressive stanno risalendo a galla. Passata la stagione degli scandali, abbiamo assistito al processo al potere da parte del Congresso degli Stati Uniti e della stampa USA, più simili a una interrogazione scolastica che a un’udienza penale, qualcosa sottotraccia si dev’essere mosso. I dati in possesso di Facebook (nulla accade senza una previa scorsa ai dati da quelle parti) devono aver evidenziato bisogni nuovi e nuove richieste per spazi espressivi meno soffocanti. Allorché questi dati hanno superato la soglia di attenzione, l’azienda ha mobilitato ingegneri e creativi e li ha messi a lavoro. 

Servono valvole di sfogo, urgono novità, inventatevi qualcosa, ragazzi.  

Nelle mie orecchie riascolto la domanda di un caro amico che chiede se mi sento a mio agio dentro Internet, per come è fatta oggi. Non ha importanza la mia risposta. 

Ha importanza quello che fa Facebook. Che attorno ai bisogni espressivi dell’umanità ha costruito un successo planetario. L’esperimento di E.gg è interessante perché rivela l’usuale sagacia di Zuckerberg che si sta costruendo lo spazio dell’opposizione a se stesso. Un luogo in cui gli utenti possano sentirsi liberi e creativi, pur stando dentro casa sua. Un ambiente che ricorda un tempo in cui Facebook non esisteva, ma che ha tutte le caratteristiche di fondo del Facebook di oggi. 

📌 Zuckerberg non ha nulla di Crono, figuriamoci. Non può divorare le sue creature davvero redditizie, semmai divora quelle degli altri. Non può quindi nemmeno contemplare un meccanismo libero e aperto che conduca alla distruzione di Instagram e Facebook. Serve una piccola arena, un luogo in cui far giocare i ragazzi, farli sentire fuori dagli schemi, in cui respirare aria di contestazione. Non avrà nemmeno bisogno di dire, come De Gaulle, «la ricreazione è finita», perché non esiste alcuna fantasia al potere che non sia la sua.


Pendolarismo virtuale e meditazione 
(1° ottobre 2020)

🔴 Avremmo mai immaginato di poter rimpiangere il pendolarismo? Oggi chi continua a lavorare da remoto si chiede quali possano essere le virtù di quel tempo in movimento, tra casa e ufficio, conoscendone alla perfezione i difetti. Si tratta di uno dei tanti tempi sospesi, posti sotto assedio da parte della tecnologia, dello smartphone per essere precisi. E allo stesso un momento della giornata in cui abbiamo la possibilità di non indossare alcun abito: familiare o professionale che sia, e ancora meglio di cambiare abito all’occorrenza. Per faticosa che sia questa minima metamorfosi quotidiana aveva un senso, indicava una fase di compressione e decompressione tra atmosfere dalle condizioni differenti. 

Con il lavoro da remoto questo tempo ha esaurito la propria funzione, complice la tecnologia che – da tempo, per la verità – ci ha reso sempre connessi e sempre disponibili; insomma noi tutti abbiamo assistito all’assorbimento forzoso di quei momenti in ore di lavoro. La pandemia e con essa il remote working hanno abbattuto i confini che delimitavano l’inizio e la fine della giornata lavorativa. E saltando i confini, sono emersi spazi e terre di nessuno che qualcuno ha presto occupato. 

Tutta questa premessa ci conduce, come spesso accade qui su Disobbedienze, a volgere il nostro sguardo verso la California

Poche esperienze collettive mostrano una straordinaria capacità di pensare e ingegnerizzare ogni aspetto della vita umana, come quell’aggregato di uomini e macchine, in un ecosistema unico, che definiamo Silicon Valley. La Microsoft di questa singolare esperienza rappresenta una figlia prima e prediletta, l’interprete somma di un modo di pensare che affida alla tecnologia il compito di sanare e curare i nostri passi falsi di uomini. 

Se il pendolarismo possedeva delle virtù, l’azienda fondata da Bill Gates ha pensato bene di ripescarle e concederci la possibilità di esercitarle, come? Ovviamente attraverso altra tecnologia. Anche perché i ricercatori dell’azienda hanno scoperto che i pensieri che si agitano nel tragitto casa-lavoro-casa aumentano la produttività del 12/15%. 

Jared Spadaro, vice presidente di Microsoft 365 ha spiegato che «l’esperienza di viaggio serve a chiarirci le idee» (su molte cose non solo sul lavoro, ovviamente), e per non perdere questa attitudine, l’azienda ha pensato bene di tramutare quell’esperienza in qualcosa di analogo nello spazio digitale, «pendolarismo virtuale», così l’ha definito. 

A breve, la casa di Seattle rilascerà un aggiornamento del sistema Teams pensato proprio per valorizzare questa creatività e giovare al benessere dei dipendenti. La nuova versione della piattaforma infatti consentirà agli utenti di fissare obiettivi al mattino e di riflettere – meditare – sulla giornata alla sera. 

Non solo, Microsoft ha collaborato con Headspace, azienda tecnologica leader nella meditazione guidata online (John Legend è il loro Chief Music Officer…), per offrire agli utenti di Teams strumenti di consapevolezza, per aiutarli a concentrarsi prima di una presentazione impegnativa, per alleviare lo stress al termine di una giornata lavorativa. Se siamo stati troppo connessi, la piattaforma ci invierà consigli su come cambiare abitudini, migliorare produttività e aumentare il benessere, su come staccare la spina (!) e su come recuperare tempo per noi stessi. Il nuovo Teams, disponibile anche per gli studenti, renderà una routine i cosiddetti check-in emotivi (emotional check-in), test online per capire come ci sentiamo. L’obiettivo è far crescere la consapevolezza di sé, la capacità espressiva e di adattamento quando le persone partecipano a riunioni in ambienti collaborativi, ovviamente nello spazio digitale. 
Tante questioni emergono dall’aggiornamento imminente di Microsoft Teams.

Una prima banale considerazione riguarda la possibilità di emendarsi dalla tecnologia grazie alla tecnologia. Un processo incomprensibile, assurdo se vogliamo, ma che sembra ormai essere – in qualche modo – acquisito. I sistemi che conteggiano il tempo trascorso con lo smartphone in mano vanno esattamente in questa direzione. Non credo potremo uscire da un simile percorso finché non avremo compiuta consapevolezza dei meccanismi di dipendenza che si attivano nello spazio digitale (cercate su Google “meccanismi di ricompensa variabile social network”, se non volete leggere Il capitalismo della sorveglianza di Soshana Zuboff). 

➡️ Poi un ulteriore elemento culturale. Non scorgo grandi differenze rispetto all’ultimo tema che abbiamo preso in esame qui su Disobbedienze (lo scorso 29 settembre). Come con E.gg così con la nuova versione di Teams, le techno-corporation si stanno costruendo in casa la propria opposizione, stanno edificando le basi per un ripensamento critico dell’utilizzo dello spazio digitale che riconduca al loro modo di pensare e soprattutto di agire. Una concezione totalitaria dello spazio digitale che, parafrasando Mussolini e Gentile, dovrebbe suonare così: tutto nella piattaforma, niente al di fuori della piattaforma, nulla contro la piattaforma. Magari al maiuscolo: Piattaforma.

📌 Infine un cenno rispetto all’utilizzo della meditazione – online – come funzione abilitata da un’applicazione. Ancora una volta la California e la Silicon Valley si definiscono ulteriormente a partire dalla loro collocazione geografica. L’Oriente non è soltanto lo sguardo verso miliardi di giovani consumatori affamati di tecnologia, ma anche uno spazio culturale dal quale trarre significati e strumenti che poi vengono frullati e riadattati alle esigenze pratiche, operative dell’Occidente, e del capitalismo . Insomma, per semplificare al massimo, dobbiamo tutti riconoscere, per il tramite di una manifestazione come Burning Man, l’influenza di un contenitore ampio e variegato come la New Age nella definizione dell’infrastruttura culturale delle techno-corporation. Dire che possiamo ottenere consapevolezza, fare meditazione ed emotional check-in,attraverso una piattaforma, esprime tutto un modo di maneggiare frettolosamente e superficialmente una materia friabile come la psiche dell’essere umano.


QAnon su LinkedIn
(7 ottobre 2020)

🔴 Mi rendo conto di quanto le presidenziali americane sembrino distanti, e forse anche poco rilevanti per i fatti di casa nostra. Tuttavia ciò che accade laggiù mostra un’anticipazione di comportamenti e fenomeni sociali, che poi rivedremo con forme differenti qui da noi. 

Vi ho già parlato di QAnon, la teoria cospirativa che racconta di un complotto ordito dai democratici ai danni dell’America. Con Trump considerato il solo difensore degli USA, accuse di pedofilia e satanismo, e infine un imminente giorno del giudizio. 

➡️ QAnon è una cospirazione che ha preso corpo nei social network, lì dentro ha prosperato e adesso sembra essere diventata – per quanto pensiate sia tutto assurdo – un attore rilevante della campagna elettorale. QAnon ha un’influenza sugli elettori repubblicani (il 56% di loro pensa sia qualcosa di parzialmente vero), e su alcuni membri del Congresso, sempre repubblicani; infine Trump non l’ha mai esplicitamente condannata, anzi. La cospirazione sostiene che il nuovo Coronavirus sia una bufala e non è difficile immaginare che la rapida resurrezione del presidente, dopo essere stato due soli giorni in ospedale, rafforzi questa condizione. 

Ma ne scrivo oggi, non tanto perché QAnon abbia interpretato un tweet di Trump come un messaggio in codice che parla di Hillary Clinton, ma perché la diffusione della teoria ha raggiunto spazi digitali inediti. 

Negli ultimi giorni LinkedIn, social network di proprietà di Microsoft, ha infatti annunciato di aver bloccato molti account che sostengono la teoria cospirativa. La crescita di profili collegati a QAnon, dentro questo ambiente, sorprende; eppure gli analisti hanno osservato una diffusione di contenuti in linea con quanto avvenuto con Facebook, YouTube, Instagram e Twitter. Questi social network hanno da tempo cominciato a ostacolare la diffusione di articoli e video legati alla cospirazione, ecco perché alla ricerca di nuovi sbocchi, i seguaci di QAnon si sono riversati altrove. 

LinkedIn sta adesso cercando di soffocare nella culla la cospirazione. Anche se bloccare il suo propagarsi, affidandosi soltanto all’intelligenza artificiale, come sono costretti a fare i social network, ovviamente non risolve il problema. Per capirci, se i sistemi bloccano tutti gli hashtag normalmente riconducibili a QAnon, gli utenti cominceranno a spostarsi verso hashtag generali, meno sospetti. In questo caso, gli utenti per aggirare la censura hanno cominciato a utilizzare soluzioni più difficili da bloccare come #savethechildren e #saveourchildren. Capite bene che la lotta appare davvero complessa. Una specie di conflitto asimmetrico in cui si fronteggiano eserciti dalle caratteristiche differenti. In queste circostanze QAnon somiglia, fin troppo, a combattenti che utilizzano tecniche di guerriglia. D’altro canto LinkedIn ha potuto osservare il comportamento degli altri social network e può sempre spingere sull’assenza di contenuti professionali che caratterizzano la sua piattaforma. 

In realtà la vicenda dell’utilizzo di questa rete sociale, come spazio di diffusione per cospirazioni, racconta molto della natura dei social network che prima di ogni altra cosa sono – appunto – social. E cioè rappresentano uno spazio di condivisioni, di conversazione e relazione, di politica e anche di lamentazioni, più di ogni altra funzione attribuita da progettisti e uomini del marketing. LinkedIn nasce come social professionale e questa sua caratterizzazione – il posizionamento rispetto alla concorrenza – ha contribuito al suo successo. Eppure alla radice si tratta di un luogo in cui le persone si incontrano per condividere contenuti, a partire dalle proprie convinzioni, e che siano professionali o no, conta fino a un certo punto. Con buona pace di chi si lamenta,  proprio dentro LinkedIn, del bel tempo perduto in cui il social network era un vero ambiente professionale, e qui era tutta campagna, signora mia….
Adesso anche la propaganda politica, ai massimi livelli, ha fatto la sua apparizione all’interno del social di Microsoft. Tutto questo ricorda che la discussione e la conversazione prendono sempre più corpo nello spazio digitale, a prescindere dalla connotazione che noi intendiamo dare ai differenti ambienti. Malgrado e oltre la connotazione, direi.


Il posto di lavoro ibrido
(12 ottobre 2020)

Microsoft ha deciso: il posto di lavoro sarà ibrido. Un ambiente in cui si alterneranno dipendenti che staranno sempre in ufficio, altri che lavoreranno prevalentemente da casa, altri ancora che si divideranno tra i due ambienti. 

La decisione dell’azienda fondata da Bill Gates racconta di una direzione intrapresa da molte società tecnologiche e non solo, quella del lavoro da remoto, da cui appare difficile tornare indietro. Se non addirittura impossibie. 

Infatti da adesso, e per sempre, tutti i dipendenti della società di Seattle potranno lavorare da casa fino a un massimo del 50% del proprio orario settimanale, e in misura permanente, se i manager lo autorizzeranno. Chi però deciderà di utilizzare una di queste formule, quando tornerà in ufficio, non possederà più una propria scrivania, ma potrà sfruttare lo spazio touchdown messo a disposizione dall’azienda. E cioè un ambiente condiviso, che tutti possono utilizzare a turno, con computer e connessione. 

➡️Kathleen Hogan, capo del personale di Microsoft, per la verità lei è chief people officer (mai nulla è davvero casuale nei nomi), ha spiegato che l’azienda vuole offrire «la massima flessibilità per supportare i differenti stili di lavoro individuali, in equilibrio con le esigenze della società e salvaguardando la cultura aziendale». Sono questi i tre elementi chiave di qualunque scelta di remote working: risparmiare senza perdere produttività, lasciare maggiore flessibilità alle persone (con tutto quello che comporta) e mantenere intatta la cultura aziendale, aspetto essenziale di qualunque techno-corporation (e non solo). 

Come in molte altre realtà non tutti potranno lavorare da remoto. Per chi si occupa della manutenzione dei data center (il lato materiale dell’immateriale) o dell’hardware non ci sarà mai spazio per questa soluzione; come per tante altre professioni che non possono svolgersi da remoto. In Italia, più o meno il 30% della forza lavoro può accedere al remote working

Microsoft, inoltre, consentirà ai propri dipendenti di potersi spostare in altri Stati, in altre città, però la loro retribuzione varierà a seconda dei criteri di retribuzione decisi dall’azienda, su base geografica (geopay scale). Non è un fatto da poco. Un conto è pagare qualcuno a Seattle, un conto è pagare uno che vive nel sud degli Stati Uniti o addirittura in India

Tuttavia la decisione di Microsoft è di assoluta importanza, anche per chi vive in Italia. L’azienda conta molto per dimensioni e rilevanza, possiede autorevolezza, e a lungo ha incarnato il ruolo di azienda più innovativa e con la maggiore capitalizzazione del mondo. Conta oltre 165mila dipendenti di cui poco meno di 100mila negli Stati Uniti. Insomma se la società fondata da Bill Gates si muove in una direzione, toccherà prendere in mano la carta geografica e studiarne il sentiero, sapendo che toccherà a noi ripercorrerlo. 

La misura del 50% di remote working, riferita all’orario settimanale, diventerà in brevissimo tempo, e per il solo fatto di essere stata adottata da Microsoft, una pietra di paragone a livello mondiale. 

📌Da domani, da quando verrà varato in Italia il nuovo DPCM, dal momento in cui le aziende nelle quali lavoriamo decideranno di utilizzare il lavoro da remoto per i propri dipendenti, possiamo scommettere su quali saranno i criteri utilizzati per strutturare decisioni: una buona parte di quelli adottati oggi da Microsoft. Compreso il concetto, e la quantità di effetti che ne derivano sulla vita delle persone, chiamato geopay scale.


Google cambia, come sempre
(17 ottobre 2020)

Non fa nemmeno più notizia. Eppure Google ha rilasciato l’ennesimo aggiornamento del suo algoritmo. 

Il punto di partenza è ancora una volta quel 15% di domande del tutto inedite che il motore di ricerca vede ogni anno per la prima volta. Si tratta di per lo più di errori di battitura, ma dentro questa percentuale si agitano anche interrogativi davvero originali che l’umanità (Cina esclusa) pone a Google. Magari anche domande di natura filosofica, di cui non sapremo mai nulla. 

Per tornare a dati più prosaici, 1 ricerca ogni 10 contiene un errore di ortografia. Ecco perché il motore di ricerca, senza aver letto le Lezioni americane di Calvino, tiene a correggere l’inesattezza del genere umano. Lo fa da tempo. Anche adesso, se digitate qualcosa di scorretto lui provvede a ristabilire la giusta ortografia. Da ora in avanti sarà molto più capace che in passato, perché l’algoritmo poggerà su una rete neurale con 680 milioni di parametri, in differenti lingue. 

Google è diventato quel che è proprio per questa mostruosa e continua capacità di aggiornamento, che tiene insieme software e hardware, che non lascia spazio ad alcuna concorrenza (qui – http://bit.ly/2Es1qOx – un articolo in cui racconto di un fondamentale aggiornamento dell’algoritmo nel 2019). 

📌Un altro elemento, ancora più rilevante, prevede che il motore di ricerca offrirà risposte a domande specifiche, indicizzando paragrafi singoli di intere pagine web. Non dirà insomma leggi tutto questo articolo dall’inizio alla fine e trova da te ciò che ti serve. Ma dirà semplicemente: guarda questo singolo paragrafo. Lascia perdere il resto e concentrati su ciò che ti interessa. Sempre di più Google si sta trasformando in un motore di risposte. L’utente viene sollevato da qualsiasi compito euristico. Egli si affida completamente all’intelligenza artificiale che cerca e ottiene risposte per suo conto. Fino a poco tempo fa, Google proponeva suggerimenti, adesso ha imboccato una strada differente. 

Provate a inserire questa chiave di ricerca: chi è il presidente della repubblica? Vedrete che risponderà direttamente con una scheda ad hoc (si chiama snippet). Fino a qualche tempo avrebbe rinviato a wikipedia, al sito del Quirinale o dell’Ansa. Adesso supera questo passaggio e risponde direttamente. 

Tra l’altro, con questo nuovo aggiornamento, Google offrirà agli utenti indicazioni circa gli argomenti primari e secondari relativi a una determinata ricerca. Evidenziando ciò che è più importante da ciò che lo è meno. La valutazione, ricordate, la fa l’algoritmo attraverso una serie di criteri, migliaia di criteri, che escludono la qualità e non potrebbe essere altrimenti. Ma che tuttavia possono offrire risposte qualitativamente ineccepibili. 

Infine un altro aggiornamento riguarda la capacità dell’intelligenza artificiale di capire, sempre meglio, cosa accade in un video, di cosa si parla, quali sono i passaggi più importanti. Si tratta di un processo di etichettatura (tagging) estremamente importante, che serve a indicizzare i milioni di video che vengono caricati dentro YouTube continuamente. Qualcosa come 500 ore al minuto. Non solo, la nuova funzione permetterà agli utenti di andare direttamente a vedere una porzione di un video, sfrondando di tutto ciò che è inutile ai fini della ricerca e dunque del proprio interesse. 

Dal punto di vista di Google se siete interessati e volete vedere in un video come cuocere lo gnocco fritto, e non a tutto il processo di preparazione, il motore di ricerca vi porterà in quella specifica porzione del video in cui si vede come friggere. Ogni altra frizione, ogni rallentamento, ogni ostacolo sulla strada di una navigazione confortevole viene eliminato.

Poi ci sono altri aggiornamenti meno importanti. Uno riguarda la categoria di cui faccio (facevo) parte, quella dei giornalisti. Ai cronisti il motore di ricerca offre già uno strumento, Journalist studio, e cioè «una suite di strumenti che utilizza la tecnologia per aiutarli a fare meglio il proprio lavoro», così lo descrive il blog aziendale. Da adesso metterà loro a disposizione anche un sistema che si chiama Pinpoint, che invece servirà ad analizzare più rapidamente centinaia di migliaia di documenti per trovare dati e notizie (ci sarebbe molto altro da dire, magari se vi interessa ne riparliamo).

➡️ Prabhakar Raghavan, vice presidente senior della ricerca a Google, rispetto al complesso di tutti questi aggiornamenti ribadisce che l’impegno del motore di ricerca è sempre lo stesso, quello della sua originale missione: «organizzare le informazioni a livello mondiale per renderle universalmente accessibili e utili»: come dico sempre, è la missione di una grande organizzazione non governativa. Ma questo è tutto un altro discorso.


Gli straricchi che non indignano 
(19 ottobre 2020)

🔴Così oggi titola un suo post – su Facebook – un vecchio signore, un vecchio comunista, di nome Emanuele Macaluso. Parla delle immense ricchezze accumulate da Bezos, Musk, Zuckerberg, Eric Yuan (fondatore di Zoom), che nel corso della pandemia sono diventate ancora più immense. Patrimoni ai limiti dell’immaginabile che equivalgono al 60% della ricchezza globale. 

Il patrimonio personale di Jeff Bezos ammonta a oltre 192 miliardi di dollari, quello del fondatore di Facebook a poco meno di 98 miliardi, il proprietario di Tesla si ferma a 92 miliardi. Queste notizie arrivano da un articolo del Corriere. (Le valutazioni sono vere, ma hanno un unico limite che andrebbe spiegato: il patrimonio corrisponde, per lo più, alle azioni possedute da questi signori al momento in cui sono stati fatti i conteggi. Se per ipotesi, uno di loro decidesse di vendere in blocco tutte le azioni che possiede, le azioni della sua azienda, per andarsene su un’isola deserta, il titolo collasserebbe e così la la sua ricchezza. Certo sarebbero sempre livelli onirici per noi umani). 

Questa precisazione andava fatta, ma nulla toglie al titolo e quindi all’interrogativo che pone Macaluso

Perché non ci indigna la ricchezza di così pochi? 

Propongo una risposta che prende in esame quelli che sono al vertice di questa classifica e che conosco un po’ meglio (i ricchissimi sono tanti e fanno mestieri diversi). E cioè i baroni della Silicon Valley.

La mia ipotesi – del tutto parziale – basa la non indignazione su 2 ragioni.

➡️ Prima ragione: siamo talmente assuefatti al racconto che i titani della Silicon Valley hanno proposto nel corso del tempo, una straordinaria mitopoiesi californiana, che finiamo per considerarli soltanto bravi, intelligenti e di meritato successo: ragazzoni geniali che poco hanno di diverso da noialtri. Guardiamo ai garage dove sono nate le loro aziende, alle felpe che indossano, al modo diretto di comunicare, a quello che hanno fatto per cambiare alcune nostre abitudini, e scorgiamo così tanta innocua normalità che non riusciamo a immaginarli come ricchi spietati. Non sono i Gordon Gekko del film di Oliver Stone, Wall Street, per capirci. 

Siamo tanto abituati a questa narrazione che nemmeno riusciamo a immaginare la materializzazione della loro ricchezza. Non pensiamo agli aerei personali, alle ville (Zuck ne ha comprate altre 4 intorno alla sua per poter preservare la sua privacy), non ci raffiguriamo le isole private che possiedono, i ranch, e alcune assurde manie. Senza possibilità di materializzare nella nostra mente la ricchezza non emerge nemmeno il correlato negativo dell’indignazione, e cioè l’invidia. Il colore dei loro soldi appare così sbiadito da averci fatto dimenticare il fatto che sono padroni del pianeta, e contano più di tanti capi di Stato o di Governo in tutto il pianeta. E che se esiste ancora tanta diseguaglianza anch’essi ne sono – direttamente, personalmente – responsabili. Loro che, nelle missioni delle aziende di cui sono a capo, parlano di rendere il mondo un posto più libero e aperto, un luogo più connesso e in cui la conoscenza possa circolare più rapidamente. Questo è il suono che fa la mitopoiesi californiana e noi abbiamo abboccato alla grande.   

➡️ Seconda ragione: non ci interessa quello che fanno. Non ci interessa per niente. 

Per essere più precisi, noi osserviamo gli effetti basici ed elementari delle tecnologie che hanno creato, senza chiederci cosa ci sia dietro. Abbiamo finito per consegnarci mani e piedi alle macchine sulle quali hanno edificato la loro ricchezza. E usiamo queste macchine senza renderci conto di quanto esse ci usano, in maniera assai più efficiente, pervasiva e continua. Né troviamo interessante capire quale nuovo tipo di sfruttamento preveda il loro business. E quando dico che non ci interessa, significa che proprio non ne parliamo, non ne discutiamo, non li studiamo, non manifestiamo. Anche se costoro hanno innovato profondamente il capitalismo, creando ricchezze incalcolabili su modi inediti di estrarre denaro e valore da cose che ci appartengono. Sì, da noi, dalle nostre vite, dai nostri desideri e dai nostri pensieri. Su questa ignoranza i ricchissimi hanno creato un potere immane, mai visto prima nella storia del capitalismo e dell’umanità. Un potere che sembra – al momento – non avere contropoteri. In Italia, poi, questa indifferenza ha raggiunto un livello sommo, sconcertante vorrei aggiungere. Di quei ricchi e delle loro piattaforme, di come pensano e agiscono, noi non vogliamo sentire parlare. Sulla superficie della vasta landa della nostra ignoranza, galleggia il sublime disinteresse che circonda la loro ricchezza.

Macaluso è una persona perbene. È cresciuto in un mondo in cui si riteneva che le idee potessero cambiare le condizioni materiali delle persone. In quel mondo esistevano organizzazioni che, prima ancora di voler cambiare la società, cercavano di capire e raccontare a chi ne era vittima le forme dello sfruttamento. Spiegavano il capitalismo, le sue ramificazioni e il modo in cui esso creava e crea ingiustizie e diseguaglianze. 

E oggi?


Google e l’antitrust
(21 ottobre 2020)

Dovrei parlare della procedura antitrust aperta dal Dipartimento della giustizia USA contro Google. Eppure penso che, seppure si tratti di una notizia, l’avvio del procedimento non aggiunga nulla a cose che già non sappiamo. E cioè che Google ha utilizzato denaro e influenza per restringere la concorrenza, per acquisire società. Per impedire che nascessero nuovi Google negli Stati Uniti, per allargare a dismisura il suo raggio d’azione confinando gli utenti all’interno del giardino recintato delle sue applicazioni. 

Ho letto alcuni commenti, molti del tutto prematuri. Ci vorrà del tempo – alcuni dicono anni – per capire come andrà a finire. Non ho una previsione da proporvi. 

Alcuni commenti (Repubblica) spiegano che Trump «aveva promesso di fare qualcosa contro lo strapotere di Big Tech, un mondo di iper-capitalisti molto più grossi di lui e prevalentemente progressisti». Argomento semplicistico. Dentro Facebook esiste un movimento di dipendenti convinti dell’esatto contrario, e cioè che esista un legame Trump-Zuckerberg e che sia pericoloso per il social network, figuriamoci. Insomma immaginare la Valley come un monolite progressista costituisce un errore, perché essa prima di tutto rappresenta un ecosistema in cui nascono e prosperano imprese. E queste imprese – come tutte le imprese – hanno un obiettivo primario, pressoché esclusivo: il profitto; a prescindere dall’inquilino di turno alla Casa Bianca.

➡️Alcune brevi considerazioni. 

 ⁃ Credo che il motore di ricerca punterà tutte le sue carte su una multa. Meglio pagare che farsi dividere in tante società. 

 ⁃ Assisteremo a una battaglia legale mai vista: Google ha una liquidità di 120 miliardi di dollari. Con una simile cifra può permettersi tutti gli avvocati che vuole. 

 ⁃ Trump ha ordinato al suo Dipartimento della giustizia di perseguire big-tech perché gli conviene mostrarli come nemici. Che è cosa diversa dall’averli come reali nemici: il suo elettorato detesta tutto ciò che di tecnologico arriva dalla California, e il presidente è uomo di conseguenza (per citare il grande Attilio Veraldi). 

 ⁃ Avevo già scritto, alla fine dello scorso anno, che i procedimenti antitrust di solito portano a scomporre le aziende, a frazionarle e dividere in nuove società. Ma se il core business di un’azienda è rappresentato – per lo più – da una formula (l’algoritmo) come si fa a scomporre l’azienda? Come potrà essere diviso in parti l’algoritmo di Google? Credo sarà questo uno degli argomenti più utilizzati. 

 ⁃ Ma esistono anche argomenti politici, di politica estera per la precisione. Nella competizione con la Cina, agli Stati Uniti conviene disporre di techno-corporation forti. Di un pacchetto di mischia di aziende che possano competere su scala globale e imporre una visione e una prassi digitali americane. Dall’altra parte del Pacifico hanno fatto investimenti corposi, e continueranno a farli, anche se i risultati non sono ancora paragonabili a quelli della Silicon Valley. Tuttavia Baidu, il motore di ricerca cinese, se solo volesse, potrebbe avviare una campagna di conquista verso altre nazioni, magari le stesse in cui la Cina sta estendendo il suo dominio (penso a molti stati africani)

 ⁃ Nell’ambito di un contesa globale in un mondo multipolare, dobbiamo considerare le techno-corporation alla stregua di giacimenti di materie prime, della forza militare e della capacità finanziaria.


La foto profilo della piccola Ferragni
(23 ottobre 2020)

Credo che Chiara Ferragni verrà studiata a lungo nelle università e nelle facoltà di scienze della comunicazione. La sua esistenza e la sua attività vanno considerate come un elemento periodizzante nella storia del digitale: prima di Chiara Ferragni non esistevano gli influencer, dopo di lei sì. Lei è stata la prima.
Ferragni ha appena pubblicato sul suo profilo Instagram da 21 milioni e mezzo di utenti una fotografia. Si tratta dell’ecografia morfologica della figlia che nascerà tra qualche mese. La vicenda non mi sconvolge. In fondo il primo figlio è su Instagram da quando è nato, già un personaggio per milioni di persone, suo malgrado. I genitori si sono mai posti la semplice domanda, nostro figlio sarà d’accordo? Sarà d’accordo non solo oggi, ma tra 10 anni? Che diritto abbiamo?

La risposta data dai due influencer appare di una sconcertante arrendevolezza di fronte a uno status che i figli – a differenza dei genitori – non hanno scelto. E cioè che i due bambini saranno comunque personaggi pubblici. Nulla di tutto questo è davvero inedito, pensate ai figli di tutti coloro che hanno una super esposizione mediatica, a partire dagli eredi della corona britannica.

Mi turbano di più le persone che recepiscono con indifferenza questa esibizione: 1 milione e mezzo di persone che hanno messo like e oltre 12mila che hanno commentato l’immagine di una ecografia di una morfologica. Ormai esiste, ed è davvero diffuso, un diritto acquisito e diffuso quello di esibire i figli, i neonati e coloro che non sono ancora nati; e un corrispondente diritto del prossimo – acquisito anch’esso – a commentare l’esistenza dei bambini. Nessuno avverte lo stridore tra questi diritti acquisiti e il vessillo di una certa onnipotenza filiale  che agita la società occidentale? (Dall’episodio sul figlio unico in Caro Diario di Moretti direi che poco è cambiato.)

Nel 2018, in Manuale di disobbedienza digitale, avevo immaginato i pensieri di un bambino alle prese con quello che è accaduto alla figlia di Chiara Ferragni e Fedez, e – ahimè – di molti altri genitori. 

«Non ricordo il giorno in cui sono nato. Però so bene che faccia avessi. La ricordo perfettamente. L’ho vista dopo. Tempo dopo. Non ricordo gli strilli di mia madre. Non ricordo se il taglio del cordone ombelicale mi abbia fatto soffrire. Eppure da qualche parte, nella retina o in un neurone, tutto ciò è rimasto impresso. Nel cervello conserverò il ricordo ancestrale dei lamenti di mia madre, gli incoraggiamenti dell’ostetrica, la voce della ginecologa. 

Io già esistevo. Ero già stato fotografato nella pancia di mamma. Mi avevano visto tutti: parenti, amici dei miei genitori, i loro figli che si scambiavano messaggi su quanto fosse patetico tutto questo, i colleghi, le ex fidanzate di papà, il datore di lavoro di mamma, quelli della palestra. 

Avevano chiesto il dischetto dell’ecografia, l’avevano scaricato sul computer e avevano condiviso una decina di foto su Facebook. Un album con dentro tutta la mia storia prima della mia nascita. Ad ogni morfologica aggiungevano un paio di foto e uno status. 

Prima che nascessi esisteva già il mio profilo. Ancora non sapevano come mi avrebbero chiamato, però abitavo già lì dentro. Vivevo nei commenti, nei mi piace, nelle condivisioni delle zie lontane e dei cugini che solo poi avrei scoperto essere stupidi. Non sapevano una cosa: appena scelto il mio nome, e appena questo nome comparve dentro Facebook per la prima volta, la formula creò un mio profilo ombra. Accade per chiunque, figuratevi per un neonato. Creano profili ombra in attesa che qualcuno non ancora iscritto decida di iscriversi. Mettono insieme i contatti, capiscono chi è parente di chi, vedono i tag nelle fotografie e quando ti iscrivi è come se ti fornissero una stanza già pronta. Bella e arredata, con gli stencil che ricamavano il mio nome e cognome sulla parete e il carillon da qualche parte. L’ostetrica si mise a strillare a mamma che mancava poco: «È fatta è fatta!». Mamma l’avrebbe uccisa. Così disse. Papà fece due foto e le pubblicò. Che vergogna. Nudo, sporco di sangue, urlante, preso per i piedi e messo in bella mostra davanti a 721 persone per me sconosciute. La somma degli amici di mamma e papà. 

«Stavi lì», avrebbe detto in seguito mamma, «e un po’ capivo che eri me, e un po’ eri uno sconosciuto, e mi guardavi con due occhi». E tutte le madri definiscono interrogativi gli occhi dei figli appena nati. Mia madre, per la verità, disse ben poco. Lasciò un cuoricino sulla gallery che aveva postato papà».


In tempi incerti meglio cominciare a chiudere alcune porte
(25 ottobre 2020)

🔴 Oggi avrei voluto pubblicare un piccolo articolo dedicato al fallimento di Quibi, start up dell’intrattenimento via streaming chiusa a sei mesi dal suo lancio. Lo farò domani, perché oggi si parla d’altro. E per un residuo giornalistico detesto sentirmi fuori del mondo. 

In una giornata in cui l’eco sofferente e rabbiosa di una sola parola risuona nelle nostre conversazioni, vorrei proporvi anche io di chiudere qualcosa. La proposta è chiudere almeno un account social network (accetterei se la chiusura riguardasse anche questo canale in cui state leggendo le mie parole). 

Vi propongo di chiudere temporaneamente un account social network, e destinare il tempo trascorso lì dentro a capire, conoscere e quindi a ragionare meglio. A leggere davvero non a scorrere le pulsioni verbali di sconosciuti. Seguire quello che accade in un social network (i più tossici sono Twitter e Facebook) non restituisce informazione e non consente nemmeno partecipazione (e quindi nemmeno libertà, per dirla con Gaber). Uno spazio così angusto, così ristretto, così assoggettato a logiche altre, non consente tutto ciò. 

I social network sono ecosistemi pensati per l’intrattenimento e vivono della misurazione dei post pubblicati dagli utenti. In un pezzo di pochi giorni fa del New Yorker, dal titolo eloquente (“Perché Facebook non può aggiustarsi da solo”), l’autore Andrew Marantz scrive: la «retorica incendiaria tende a generare una quantità sproporzionata di coinvolgimento», e cioè di like, condivisioni e commenti, quindi di visibilità per i post che ne fanno uso. E aggiunge, citando le parole di un ex dipendente di Facebook, che l’azienda guadagna «un sacco di soldi dando alle persone oggettivamente pericolose un enorme megafono». 

Scorrere la timeline di Twitter o Facebook, in questi giorni, non aggiunge nulla a quanto già non sapete, che non avete già letto, visto e ascoltato; semmai aggiunge ansia alla vostra ansia e rabbia alla vostra rabbia, semmai aumenta il senso di impotenza. 

📌Tutti effetti che tendono a moltiplicarsi ogni volta che aprirete le applicazioni dei social network. Il nostro cercare informazioni lì dentro ricorda il volo di un moscone, che sbatte contro la trasparenza tossica delle parole di sconosciuti agitatori. Sempre Gaber: la libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione. Opinioni, parole senza densità, parole impensate – nel senso di non ponderate, gettate al vento -, parole impotenti, parole digitate per svanire e che tuttavia lasciano residui difficili da smaltire. Subiamo l’urto delle certezze di economisti che parlano di virus, di virologi che parlano di epidemiologia, di epidemiologi che parlano di economia, e di tutti che parlano di tutto. Con quella retorica incendiaria che rende queste parole maggiormente coinvolgenti e dunque, per ragioni algoritmiche, hanno maggiori possibilità di finire nelle nostre timeline. Badate bene è la scoperta dell’acqua calda. I social network ricordano le strade o i bar di una grande città, in cui ciascuno può dire la sua. La differenza enorme risiede nel fatto che quando camminiamo per strada non possediamo un orecchio che ascolta migliaia di conversazioni, né la memoria di Funes el memorioso di Borges, che ricordava tutte le conversazioni ascoltate al tavolo di un caffè; ma la differenza più cospicua sta nel fatto che per strada non esiste un suggeritore nascosto e influente che decide a chi dobbiamo prestare ascolto. Passeggiare per un social network, invece, si avvicina alla sintesi di questo genere di esperienze.

📌Lo scroll infinito non aggiunge nulla, anzi, fa sì che le persone «non raggiungano mai la soddisfazione di poter dire “Ah, adesso finalmente ho capito il problema”», spiega Coye Cheshire, professore di sociologia a Berkeley. Si chiama doomscrolling (ne ho parlato su Disobbedienze lo scorso 8 giugno), ha radici antiche ed è il comportamento di chi continua a leggere cattive notizie, scorrendo contenuti sui social network, anche se quelle notizie sono ansiogene, tristi, scoraggianti o deprimenti, e senza la possibilità di fermarsi o fare un passo indietro. 

L’infodemia di cui tanto abbiamo discusso, sono certo, avrà effetti anche sul nostro stato di salute psicologico (lo scopriremo tra qualche anno, i tempi della scienza sono questi), e osserveremo il contagio emotivo derivato dall’impatto violento e ripetuto con i contenuti che parlano di Covid19. E anche con tutto l’infinito rumore digitale connesso all’epidemia, comprese quelle sconsiderate parole. 

🔴 Non sto dicendo che non occorra informarsi, non è questo il senso. Sto dicendo che possiamo smettere di informarci lì dentro. Perché quella roba lì non ha nulla dell’informazione. Libertà non è uno spazio libero, tra l’altro apparentemente libero, perché un social network nasce condizionato dalle funzioni inscritte nel suo algoritmo e condiziona le nostre esperienze di navigazione in relazione agli obiettivi di business delle aziende che lo possiedono. 

Personalmente chiuderò Twitter fino a fine novembre (l’avevo quasi silenziato durante il lockdown e aveva funzionato), e ridurrò anche Facebook. Non è semplice ma nemmeno impossibile, e come dice ancora Gaber: vorrei essere libero come un uomo, come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia, e che trova questo spazio, solamente nella sua democrazia

Possiamo informarci cercando di arricchire il nostro sapere intorno alla vicenda epocale che stiamo vivendo; e possiamo farlo con serietà, anche osservando una dieta informativa rigorosa (non Wikipedia) e densa che aggiunga tentativi di comprensione al bieco scorrere delle notizie, che poggi sull’analisi a danno della sintesi. Che immetta dosi massicce di complessità e tralasci le razioni abbondanti di semplificazione che vengono sparse a piene mani. Che infine consegni l’ansia che ci abita a parole meditate, ponderate, serie, se non terapeutiche, almeno lenitive. 

Non nego l’utilità e anche la necessità dello spazio digitale, ma ritengo opportuno affidare alla nostra reciproca e umana mediazione la selezione delle cose da leggere, da studiare per sapere e per capire.

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