La settimana Telegram (10-23 agosto 2020)

Recintare il web
(11 agosto 2020)

🔴 La Bielorussia ha chiuso internet. Letteralmente, fisicamente, un nodo di accesso dopo l’altro. Insieme alla repressione nelle strade, con blindati, arresti e lacrimogeni, Aleksander Lukashenko, il presidente uscente e riconfermato in elezioni viziate dai brogli, ha deciso di estendere lo stato di polizia anche allo spazio digitale

Il governo ha cominciato a rendere irraggiungibili tutte le porte dalle quali si accede alla rete, e così i siti internet, i giornali online e i blog sono stati oscurati, idem i social network, da Facebook a Twitter, da Instagram allo stesso Telegram. Secondo un piano che un sito indipendente russo ha anticipato, ogni canale di comunicazione doveva essere chiuso: la Bielorussia è isolata dal resto del mondo. Non c’è da stupirsi di una simile deriva, pensate che lo scorso anno, Lukashenko aveva varato una legge che impediva l’anonimato in rete

La verità è che poche cose come il protezionismo e il sovranismo degli spazi digitali aiutano a capire quanto sia essenziale il web nella nostra esistenza e quanto esso sia ormai uno spazio politico. (Spesso dico che se Internet corrisponde all’invenzione della ruota, il web somiglia all’invenzione del motore a scoppio, e quest’ultimo risulta fondamentale nelle nostre vite, anche se ha portato con sé l’inquinamento).

📌Nella complessità che contraddistingue l’analisi e i protagonisti delle faccende digitali dobbiamo ricordare che il web è un luogo e non un mezzo di comunicazione. A questo luogo si accede da porte fisiche: ripetitori cui si collegano gli smartphone, prese per la fibra ottica o per l’ADSL, e una volta che siamo entrati in questo luogo possiamo deciderci a fare molte più cose di quante ne potevamo fare con un media (e questo a dispetto della definizione errata new media). Ad esempio, nello spazio digitale si può governare e dissentire, ma più in generale si può fare politica. Come in qualunque ambiente tutte queste cose possono essere represse con la forza. E il modo più facile di reprimere è applicare una sorta di coprifuoco digitale, nessuno entra, nessuno esce. Si sta tutti a casa davanti alla tv.

Ovviamente la contesa nello spazio digitale è anche una contesa tra Stati. Ne abbiamo parlato spesso qui su Disobbedienze, soprattutto dell’antagonismo tra Cina e Stati Uniti. E proprio nei giorni scorsi il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha annunciato una programma che chiuderà il web americano a interferenze cinesi. Una cosa enorme

L’iniziativa si chiama Clean network e serve – nelle intenzioni di Pompeo – a «proteggere la privacy dei cittadini americani e le informazioni più sensibili delle aziende Usa da intrusioni aggressive da parte di attori malevoli, come il Partito Comunista Cinese (PCC)». (Ne parla diffusamente, e con grande competenza, Arturo di Corinto sul Manifesto). 

Il programma prevede che:
⁃ le reti di telecomunicazioni USA non facciano collegare gestori cinesi;
⁃ gli store di Apple e Google (iOS e Android) rimuovano una serie di app cinesi (quali? È ancora presto, ma potrebbe essere il turno di WeChat), che «minacciano – nelle parole del Governo USA – la nostra privacy, diffondono virus, propaganda e disinformazione» (tra l’altro ci sarà da capire se, e come, tutto questo avrà ricadute sugli store nazionali, compreso quello italiano); 
⁃ che i produttori di smartphone cinesi, venduti in America, non abbiano preinstallate app pericolose (qui il nemico è Huawei);
⁃ che informazioni e dati sensibili, ad esempio quelli sul vaccino Covid19, non finiscano in servizi di Cloud cinesi;
⁃ infine che i cavi sottomarini americani non vengano inquinati dai cavi cinesi, «non siano compromessi da parte della Cina su scala globale». 

In questo contesto le nazioni alleate sono chiamate a collaborare a questa iniziativa, mettendosi al fianco degli Stati Uniti.

Nel 900 una guerra avrebbe avuto altre forme, così come il potere aveva forme differenti, eppure oggi questa è la cosa che più somiglia a un conflitto combattuto con altre armi, in altri spazi, con altri tempi. E si tratta di un conflitto violentissimo che avrà ricadute sulla vita quotidiana delle persone ma soprattutto sulla vita delle aziende in molte nazioni del pianeta. 

Capite bene che tutto questo rilancia ai massimi livelli il concetto di sovranismo digitale. Versione nazionalista, isolazionista e protezionista del comportamento dittatoriale messo in piedi da Lukashenko. Ed è la risposta naturale, coerente direi, rispetto all’atteggiamento cinese. 

📌 Provate ad accedere a Instagram, Google o Whatsapp a Pechino, non è possibile. La Cina ha innalzato una Grande muraglia di Stato, il Great Firewall, per proteggersi da intrusioni esterne, per lo più delle techno-corporation californiane. Viste come un’estensione degli interessi e delle politiche americane (e non hanno tutti i torti, anche se le cointeressenze non sono sempre così lineari). 

Gli Stati Uniti hanno semplicemente risposto a questo stato di cose. 
Per fortuna Internet non è così facile da sigillare, pensate che si può ancora accedere via radio a onde corte. Ma un simile movimento di isolazionismo radicale comporta il rischio che Internet e il web vengano stravolti alla radice. Non solo l’ambiente digitale quindi, ma pure la stessa infrastruttura. Insomma comportamenti come quello della Bielorussia saranno sempre più frequenti.

Sulla base di questo movimento di chiusura, messo in piedi anche da attori come gli Stati Uniti, diventerà semplice confondere i piani e legittimare derive autoritarie, che potrebbero essere considerate una specie di variazione sul tema del nazionalismo digitale. Le ragioni sono differenti, e onestamente quella degli americani sembra soprattutto una rappresaglia, ma gli esiti potrebbero risultare drammaticamente coincidenti.


Fortnite vs. Apple
(14 agosto 2020)

🔴 Chi ha figli o nipoti adolescenti (o tardo adolescenti) conosce molto bene Fortnite. Si tratta di uno dei videogame di maggior successo al mondo adesso impegnato in una feroce battaglia legale contro Apple. Battaglia che potrebbe avere conseguenze sugli assetti di una società che vale quasi 2000 miliardi di dollari e che ha un enorme influenza sulla vita di tutte le altre techno-corporation californiane. 

Ci riguarda, inoltre, perché il modo in cui questa azienda ha costruito il suo giardino recintato – l’App store – produce effetti sul modo in cui i consumatori acquistano o scaricano giochi e programmi anche nelle altre piattaforme. Fino ad oggi, quando un utente di iPhone, iPad o pc Mac scaricava un’applicazione a pagamento da App store, il 30% (!) del prezzo finiva ad Apple. In sostanza chiunque voleva mettere sul mercato un’app sapeva di dover versare alla società fondata da Steve Jobs il 30% dei propri ricavi. Aggiungo un elemento: Fortnite è un gioco gratuito. Ma gli utenti spendono 3000 euro al minuto (fonte Wired) per arricchire e abbellire i propri avatar e l’ambiente di gioco.
Dal 12 agosto le cose sono cambiate.

Epic games, che ha creato Fortnite, ha proposto ai propri utenti un’alternativa: invece di pagare il prezzo pieno del gioco nell’App store (di Apple), potevano pagare un prezzo scontato direttamente a loro. Sostanzialmente ha detto loro: se uscite tutti dal recinto di Apple, io vi faccio pagare meno perché quel 30% è una specie di tangenteApple ha reagito subito e ha eliminato il gioco dal suo store, stessa cosa ha fatto Google dal play store di Android
Epic, a quel punto, ha calato un asso: una causa davanti all’antritust americano, in cui afferma che il modo in cui Apple  gestisce il suo store è lesivo della concorrenza, e che quel 30% è una «tassa oppressiva». 
Non solo, nel ricorso Epic games ha aggiunto che gli smartphone «sono diventati parte integrante della vita quotidiana delle persone; sono la fonte primaria di notizie, un luogo di intrattenimento, uno strumento per il business, un mezzo per connettersi con gli amici e la famiglia. (…) Per molti consumatori, i dispositivi mobili sono come i computer, e servono a rimanere in contatto con il mondo digitale». Insomma il monopolio non lede solo il mercato, la capacità di fare affari di un’azienda, ma anche la libertà delle persone

📌Il bersaglio è molto più alto del 30% che dev’essere versato come una decima all’azienda guidata da Tim Cook. E oltre alla libertà, se osserviamo in controluce questa causa, vediamo messo a nudo il meccanismo con cui guadagnano molte piattaforme. Chissà se potremo interpretare il ricorso di Epic games come una specie di Bastiglia digitale. In fondo, i creatori di Fortnite rappresentano l’equivalente della borghesia che non vuole più sottostare ai privilegi fiscali dell’aristocrazia e del clero digitale. E chissà se stiamo assistendo alla fine di un Ancien Régime digitale. Tenete conto che se è vero che Apple e Android sono grandi, e potentissimi, dall’altra parte esiste una miriade di sviluppatori (oltre 20 milioni!) che non ha alternative a questo sistema. 
La scontro insomma non è cosa da poco. 

Vedremo come reagirà la Mela

Certo, dobbiamo ammettere che pochi racconti hanno sedotto il pianeta come quello di Apple: un’azienda che da subito si è  proposta come spazio aperto e libero contro i dittatori IBM e Microsoft. Nulla di più falso. 

➡️Steve Jobs, che in un celeberrimo spot del 1984 (il riferimento a Orwell era voluto) descriveva la sua azienda come una leva contro gli occhiuti oppressori, andava in realtà costruendo un sistema chiuso, sia dal punto di vista del software che dell’hardware. Provate a smontare e ad aprire un qualsiasi computer Mac se ne siete capaci. 

Oggi questa retorica si sta volgendo contro Apple. Fortnite, e questo è davvero interessante e divertente, ha lanciato nei social un video ricalcato su quello del 1984 in cui la parte del dittatore stavolta la impersona una orribile Mela distrutta da un martello lanciato da una Fortniter, slogan finale: «unisciti alla lotta per impedire che il 2020 diventi un “1984”». Ancora Orwell, a parti invertite stavolta. 


Non sai cosa guardare? Ci pensa Netflix
(21 agosto 2020)

🔴 A distanza di anni dal suo inserimento nella home page di Google, il tasto “mi sento fortunato” è ancora lì. Anche se la sua funzione nel corso del tempo è mutata. Inizialmente serviva a portare gli utenti direttamente al primo risultato per una qualunque chiave di ricerca. Il tasto evitava la schermata dei primi risultati e portava subito al migliore di essi. 

Dopo un po’ di tempo Google si è reso conto che questo meccanismo comprometteva il suo modello di business e ha trasformato il tasto “mi sento fortunato” in un archivio di doodle. E cioè di quelle grafiche, spesso animate, che commemorano una ricorrenza, un evento, un personaggio. 

Insomma ha trasformato quel tasto in una specie di aiuto per un utente sprovvisto di ispirazione, il quale non sa cosa cercare e se ne sta imbambolato di fronte a Google, all’oracolo, in una posa che – onestamente – è anche difficile da immaginare. Non cercare in casa di chi vive e prospera per la ricerca. Tutta questa lunga premessa (perdonate), serve in realtà a parlare di Netflix. Di selezione, ricerca e di apparente fortuna.

Molti affermano che anche solo decidersi e capire cosa voler guardare su Netflix sia esso stesso un modo di guardare Netflix. Affermazione non priva di un certo fascino. 

Adesso il servizio di streaming ha deciso di sollevare gli utenti dal peso della scelta, dall’onere della selezione: ha deciso di sostituirsi all’essere umano e di far decidere l’algoritmo al posto nostro.

Netflix sta infatti sperimentando due nuovi pulsanti: uno nella pagina di apertura del servizio, quella in cui si sceglie l’utente; e uno direttamente nel menu principale. 

📌 Il primo si chiama “shuffle” e il secondo “play something”, a breve scioglieranno la riserva e decideranno quale utilizzare. Si intuisce che entrambi abbiano la stessa funzione: proporre una selezione apparentemente casuale di contenuti. 

In realtà si tratta di una scorciatoia rispetto a come Netflix si comporta sin da quando è stato fondato: suggerire film, documentari e serie tv sulla base della storia di navigazione. Come vi avevo raccontato lo scorso aprile, l’algoritmo del servizio inserisce ogni utente in una “Comunità di gusto” che è una delle 3 gambe sulle quali si basa il funzionamento della piattaforma. La seconda gambe è l’esperienza di navigazione, la storia di ciascun utente e la terza il lavoro di etichettatura (tagging) che fanno i recensori. Sulla base di questi 3 elementi Netflix suggerisce ciò che potrebbe piacerci. (L’euristica applicata a Breaking Bad). 

Con i nuovi tasti l’idea è quella di cancellare un passaggio, quello della scelta umana e lasciare che faccia tutto la macchina
Netflix dice che introdurrà queste nuove funzioni soltanto se gli utenti la reputeranno utile. Tutto il discorso sulle capacità di scelta insidiate dagli algoritmi, e dalle loro notevoli capacità predittive, si accresce di un altro e ulteriore capitolo. Un passo alla volta scivoliamo verso l’abrogazione della nostra possibilità casuale, estemporanea, di scelta.


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