La settimana Telegram (25 maggio – 7 giugno 2020)

Lo smart working e il doppio mento
(25 maggio 2020)
🔴 Il vero, enorme, problema del telelavoro è… il doppio mento. Non è una battuta. Qualche giorno fa, un autorevole quotidiano americano ha pubblicato un articolo in cui evidenziava questa criticità. Dopo settimane di lavoro da remoto (non chiamatelo smart working), il Wall Street Journal ha raccolto le preoccupazioni degli utenti per questo difetto insanabile delle trasmissioni video da casa: la pappagorgia è sempre in primo piano.  Insomma, sembra proprio che la tecnologia abbia virato in peggio il nostro aspetto.
Sì, la tecnologia, perché la webcam posizionata nella parte alta dello schermo di un computer portatile ipoteca una drammatica inquadratura dal basso. E il risultato, inevitabile, è il doppio mento, unito a un po’ di chili in più che sembrano essere il portato naturale di quel tipo di inquadratura. Così almeno dicono gli esperti. 

«Anche un bambino di 8 anni – ha detto al Journal Alan Matarasso, chirurgo plastico di New Yorkse piega la testa verso il basso mostra più grasso di quanto non ne abbia in realtà». Insomma la colpa non è nostra. Pare che negli Stati Uniti, dove ci sono meno remore, i chirurghi plastici abbiano ricevuto molte richieste per cancellare alla radice il problema, cioè liposuzione e via il doppio mento. 
Visto il numero di tutorial e articoli che ne parlano, e considerato che trascorriamo molte ore al giorno in video-riunioni, la questione sembra essere diventata un serio argomento di discussione e preoccupazione. 

🔴 Per dimenticare lo sconosciuto regista che ha piazzato nel punto più sbagliato possibile la telecamera, esiste un’unica soluzione: alzare il computer. Far sì che gli occhi siano al livello della webcam. Solo a quel punto il doppio mento tenderà a scomparire. Alcune aziende hanno creato dei supporti per laptop che raggiungono lo stesso obiettivo: far sì che lo sguardo corra parallelo alla webcam, e non dal basso verso l’alto. Come in un film dell’orrore. 


La fine dei giornali di carta
(26 maggio 2020)
«Viviamo in un mondo dove molte persone leggono solo quello in cui credono». 

🔴 In una bella intervista a Open, Derek Thompson – amministratore delegato e presidente del New York Times – pianta un chiodo profondo nella parete che descrive il modo di informarsi del presente. E appende a quel chiodo un’idea, un quadro concettuale, che osserviamo e intorno alla quale discutiamo dall’uscita del testo fondamentale di Eli Pariser, Il filtro

Le persone leggono sempre più cose in cui credono, perché si informano all’interno di uno spazio che esalta questo modo di informarsi. E cioè lo spazio digitale. Se è vero come diceva Lamarck che la funzione sviluppa l’organo, allora la funzione della personalizzazione delle esperienze di navigazione fa sì che cerchiamo e ci chiudiamo sempre di più all’interno delle nostre bolle, delle nostre camere di eco, delle nostre nicchie, delle nostre community. Confermando le idee e i pregiudizi che già avevamo. 

E anche adesso nel mezzo della pandemia del nuovo Coronavirus, uno dei più importanti editori del mondo ricorda quanto il pregiudizio sia ostinato anche di fronte al cosiddetto debunking.

Per fortuna molti si rivolgono al giornalismo, nella fattispecie al suo giornale. Che da autorevole quotidiano americano è diventato – grazie al web – uno dei più autorevoli del mondo.

🔴 L’unico limite dell’analisi di Thompson è che non sottolinei come il rafforzamento (spesso ottuso) delle proprie convinzioni, a partire dalle bolle nelle quali galleggiamo, rappresenta un vero e proprio prodotto della tecnologia. Fenomeno questo che si può anche registrare e basta; senza necessariamente dover esprimere a corollario a un proprio punto di vista. Allo stesso tempo però non ci si può esimere dal sottolineare che questo comportamento abbia una sua origine nelle funzioni che la tecnologia abilita. E cioè nella tecnologia di personalizzazione che costruisce quelle camere di eco, quelle nicchie.

L’altro passaggio importante dell’intervista di Thompson è quando egli descrive il futuro dei giornali: «siamo onesti, la carta collasserà (…). Le persone smetteranno definitivamente di comprare i quotidiani di carta». 

E aggiunge:  «immagino un decennio di vita ancora per il New York Times cartaceo, che sono sicuro sarà uno degli ultimi giornali – Germania a parte – a sospendere le pubblicazioni in edicola. In un paio di decenni saremo un mondo post cartaceo, quindi la nostra sopravvivenza dipende solo dal digitale (…). La pubblicità online non è affidabile: bisogna puntare sugli abbonamenti, su un giornalismo per cui le persone scelgono di pagare».
Non pare avere ripensamenti Thompson. E per essere conseguenti con il ragionamento fatto poco sopra, sarà quindi necessario che le persone prima leggano e poi paghino i quotidiani in cui credono. Insomma i giornali dovranno farsi sempre più community, e dunque sempre più bolle, in un certo senso. Sempre più “somma di nicchie”.


Trollare il Presidente degli Stati Uniti
(27 maggio 2020)

🔴 La notizia : Twitter ha applicato una speciale etichetta a un tweet di Donald Trump. In un suo messaggio il presidente USA ha sostenuto che il voto per corrispondenza è oggetto di frodi e brogli. Il social network, con un’etichetta e cioè un piccolo link blu sotto le parole di Trump, ha offerto agli utenti la possibilità di saperne di più. 
Scopri i fatti sul voto per corrispondenza, queste le esatte parole. Come se possa essere il social network a offrire la versione corretta dei fatti, delle notizie rispetto a quanto detto dal Presidente degli Stati Uniti. Un portavoce dell’azienda di Jack Dorsey ha aggiunto che i tweet di Trump «contengono informazioni potenzialmente fuorvianti (modo elegante per dire sbagliate, nda) sui processi di voto e quindi hanno ricevuto un’etichetta per fornire un contesto aggiuntivo» agli utenti su questo argomento.
Twitter aveva anticipato che si sarebbe comportato in questo modo applicando etichette su temi controversi, da Covid19 alle elezioni presidenziali. E con buona probabilità, possiamo affermare che il social network ha ragione a dire che quel tweet è sbagliato. Ma questo non conta. 
Trump, come spesso gli accade di fare, lancia accuse su complotti inesistenti,  parlando soprattutto al suo elettorato, e provocando quella polarizzazione che gli ha fatto vincere le elezioni quattro anni fa. La faccenda – ovviamente – non si esaurisce in chi abbia ragione o meno. Ma nella qualificazione di un potere che fin qui ha cercato di apparire neutrale.
Adesso il potere dei social network si erge come paladino della verità dei fatti di fronte al potere della politica, delle istituzioni e della propaganda. Potere, quest’ultimo, che non ha mai propriamente avuto l’allure della verità, pur essendosi sempre spacciato per un verbo rivelato alle orecchie dei sostenitori di una parte o dell’altra. La propaganda, dopotutto, funziona così.
Insomma abbiamo un nuovo soggetto. Che non è un giornale di cui si conosce l’orientamento, la proprietà, l’indirizzo politico. Che ogni giorno esprime la propria posizione attraverso l’operato dei giornalisti. E che in apparenza indossa l’abito della neutralità. Afferma cioè di essere una piattaforma in cui possiamo leggere o guardare ciò che succede nel mondo e ciò di cui le persone parlano in questo preciso momento

Una strada in cui ciascuno distribuisce i propri volantini. Adesso questa vicenda ci ricorda che la strada non è di tutti, non è un bene comune. Si tratta di una strada privata, in cui il proprietario decide se un volantino è meritevole di una correzione, di una integrazione o peggio di essere strappato. Sì perché il social network potrebbe addirittura decidere di cancellare un account. Anche l’account del Presidente degli Stati Uniti. 

La sostanza è che quel potere è un potere diverso da come molti lo qualificano. Chi mi legge da tempo sa che definisco le techno-corporation come meta-nazioni digitali. Perché possiedono un potere effettivo pari – e in alcuni casi superiore – a quello delle istituzioni. Un passaggio è essenziale in questa definizione: la consistenza di un potere si misura sull’effettività, non su quello che formalmente è in grado di fare. Cioè in quello che effettivamente fa. 
Con l’andare del tempo questo potere interferirà in maniera esplicita sempre di più con la politica e gli Stati. L’esempio dell’etichetta al tweet di Trump è solo un assaggio. 


Ordine e piattaforma
(28 maggio 2020)

«In un paese che ha sempre accarezzato e amato la libertà di espressione, non possiamo consentire che un gruppo di piattaforme online scelga manualmente il tipo di discorso cui gli americani possono accedere». Traduzione: non possiamo consentire a Twitter e Facebook, ma anche a Google e TikTok, di decidere se un contenuto è fuorviante o meno

🔴 Sono le parole di un ordine esecutivo che il Presidente Trump firmerà oggi e che dovrebbe sganciare le piattaforme digitali dalla responsabilità per quanto gli utenti pubblicano al loro interno. Il Washington Post ha anticipato il provvedimento, facendo uno scoop di quelli importanti. 

Sì perché l’ordine esecutivo potrebbe mutare la sostanza delle piattaforme digitali e la loro responsabilità per quanto pubblicato dagli utenti.

Una norma di legge, nota come Sezione 230, ha fin qui consentito alla techno-corporation di agire liberamente nel caso di quelli che loro considerano abusi, senza incorrere in alcun tipo di conseguenza legale. Se, negli Stati Uniti, un utente pubblica un post passibile di querela o di smentita, il social network può cancellarne o bloccarne il profilo, può etichettare il post informando gli altri utenti sul fatto che possono saperne di più e che possono informarsi meglio. 

Adesso c’è da capire cosa ci sarà scritto davvero nell’ordine esecutivo e quanto inciderà sulla Sezione 230. Di sicuro, come anticipavo ieri, la decisione di Twitter (di porre un’etichetta su un tweet del Presidente, che è un’applicazione della Sezione 230) ha rappresentato l’antipasto di uno scontro che sta arrivando alle sue necessarie conseguenze.
Trump in un tweet ha scritto: «Big Tech sta facendo tutto il possibile per CENSURARE le elezioni del 2020. Se ciò accadrà, significa che non avremo più la nostra libertà. Non lascerò mai che questo accada! Ci hanno provato pesantemente nel 2016 e hanno perso. Ora stanno diventando letteralmente PAZZI. Rimanete sintonizzati!!!». 

Punti esclamativi e maiuscolo sono una sorta di marchio di fabbrica della grammatica social di @realDonaldTrump su Twitter. Ma la sostanza è che lui sta già orientando il tenore dello scontro, sta già fornendo la chiave interpretativa. E cioè la sua ennesima battaglia contro un establishment, questa volta tecnologico e non politico, che vuole censurarlo e limitare la libertà sua e degli americani.
I grandi capi delle techno-corporation hanno abboccato e subito – Jack Dorsey, capo di Twitter – hanno risposto per le rime. 
Zuckerberg è rimasto più tiepido, in attesa di capire cosa ci sarà scritto sul provvedimento. Prima di interpretare questo ordine esecutivo come un attacco di Trump alle techno-corporation, aspettiamo di leggere il provvedimento. Perché si tratta di una lettura semplicistica. 
Come direbbe Trump: stay tuned!!!!!


I limiti dell’attivismo digitale
(3 giugno 2020)
In questi giorni avrete visto molti quadrati o rettangoli neri sui social network. Si tratta di un’espressione di sostegno al movimento di protesta nato dopo l’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis. In molti – musicisti, sportivi, attori e tantissimi utenti – hanno pubblicato questo post nero con gli hashtag #BlackoutTuesday  e quello#BLM (Black lives matter) o #blacklivesmatter. Nonostante il successo dell’iniziativa in molti hanno criticato questa modalità di “protesta”.

🔴 Per prima cosa l’hashtag #BlackoutTuesday si è sovrapposto a #BLM. Quest’ultimo, infatti, viene utilizzato come hashtag di servizio

Durante le manifestazioni, gli attivisti pubblicano contenuti nei vari social network sfruttando #BLM per dare informazioni utili sulle iniziative in corso, per rilanciare post importanti, per suggerire link dove fare donazioni, ma anche risorse pratiche su come tenere al sicuro le persone durante i cortei. L’utilizzo dei post completamente neri insomma ha creato una enorme sovrapposizione, mostrando i limiti dell’attivismo digitale. “Ha prodotto più danni che aiuto”, come ha scritto un utente su Instagram.
Da parte di tanti attivisti la richiesta è stata quella di cancellare i post completamente neri, che sarebbero mossi soltanto dal «senso di colpa dei discografici neri». 
Altri utenti più pragmaticamente hanno chiesto di rimuovere il cancelletto (#), così da togliere forza all’hashtag stesso, e quindi per sottrarre carica virale ai post di celebrità, influencer e altri che non c’entrano nulla con chi sta manifestando per strada. 

Questa circostanza mette in corto circuito due elementi importanti delle proteste che hanno uno sbocco naturale nei social network. Ed è forse la prima volta, dai tempi delle primavere arabe, in cui la diffusione di massa dei social mostra tutti i limiti dell’attivismo online. 

Il primo elemento da ricordare è che una protesta digitale nasce e cresce all’interno dello spazio digitale secondo la grammatica imposta sai social network. Certo, viene ripresa dai giornali, genera emulazione e, se ha successo, si traduce in grande viralità dei contenuti. 

In molti casi le persone aderiscono in buona fede, con sincera partecipazione, talvolta con senso di colpa, in altri casi invece assistiamo a una risposta che potremmo definire naturale rispetto alla pressione delle proprie bolle. 

Dopotutto i social network sono creati appositamente per favorire una reazione digitale, è difficile tacere, non mettere nemmeno un like. E siccome le persone vivono all’interno della comunità chiusa dei propri amici e seguaci, non possono non rispondere alla sollecitazione di un flusso di contenuti che va in una certa direzione. Un flusso rispetto al quale anche la non risposta definisce una soggettività online. «Se non metto il quadrato nero non sono un difensore dei diritti dei neri, sono uno che si disinteressa del tema, passo per razzista».
L’altro elemento è più tecnico. Ed è il collasso tra esigenze operative, nel mondo fisico, della protesta, che hanno una ricaduta digitale, e le esigenze della protesta digitale, nello spazio digitale, che hanno un effetto di mera – seppure importante – testimonianza, e che talvolta creano problemi nello spazio fisico. In questo caso, il collasso si è tradotto nella presenza di hashtag concorrenti: questi hashtag entrano in conflitto, finendo per definire nuove priorità nelle timeline e negli argomenti che diventano trending topics

Gli algoritmi in definitiva sono macchine e non possono fare sintesi tra momenti diversi di una “sensibilità politica affine”, sensibilità che si esprime all’interno dello stesso spazio digitale. In assenza di una sintesi il contenuto più debole, meno interagito (scusate l’orrore), rischia di retrocedere. Anche se mosso dagli intenti più nobili. 
Per capirci se una grande massa di artisti pubblica il quadrato nero, seguita poi da milioni di utenti, questa azione cancella tanti tweet di servizio utili alle persone che sono in strada a manifestare pacificamente, persone che magari hanno bisogno di sapere immediatamente se è stato anticipato l’orario del coprifuoco, per non finire arrestati. 
Il post della protesta digitale ha tolto molta forza al post di servizio della protesta fisica.
Insomma manifestare online il proprio dissenso ha degli effetti che tracimano nella dimensione offline. E dimenticarlo può essere pericoloso. 


La variabile digitale
(4 giugno 2020)
Talvolta mi fermo a riflettere sul perché scrivo e in molti scriviamo di questa cosa che chiamiamo tecnologia digitale, e che in realtà costituisce l’ambiente in cui trascorriamo una porzione importante delle nostre vite. 

Credo che le vicende e i rapporti di forza che interessano lo spazio digitale sono essenziali per poter fare un’analisi compiuta di tanti fenomeni che ci riguardano da vicino, come individui e come società. Se non si inserisce la variabile digitale, la comprensione di molte dinamiche sociali finisce per essere inevitabilmente parziale, incompiuta, monca. 
Facciamo un paio di esempi. 

🔴 Il primo è la relazione con la pandemia di Covid19. A tutti è chiaro quanta parte dell’informazione e della conversazione su questo tema abbia attraversato lo spazio digitale con numeri straordinari, mai visti prima. E adesso – se vogliamo ipotizzare uno scenario – potremmo prevedere con facilità che la reazione al lockdown e alle conseguenze economiche, pure nelle forme più radicali, prenderà corpo all’interno di questo ambiente. Sarà una reazione naturale e artificiali. Ci saranno paesi che soffieranno sul fuoco, magari attingendo a cospicue risorse economiche; ma la rabbia delle persone troverà anche un canale naturale, di sfogo ed espressione, nello spazio digitale, grazie al modo in cui sono progettati i social network che abilitano la manifestazione delle emozioni con facilità estrema.

Se tutto questo uscirà – per così dire – dallo spazio digitale per invadere quello fisico adesso non possiamo saperlo.

🔴 Di sicuro, ecco il secondo esempio, proprio ieri abbiamo visto qui su Disobbedienze che l’attivismo digitale può innescare un cortocircuito tra diverse esigenze di una protesta nell’onlife, per dirla con Luciano Floridi, e cioè nella dimensione ibrida che tutti noi abitiamo ogni giorno. 

Rispetto a questo tema, ricordiamoci che le elezioni presidenziali statunitensi sono un evento che ha riflessi nella vita di molte nazioni, a partire dalla nostra. E anche in questo caso la campagna elettorale si svolgerà per una componente decisiva proprio nei social network. 

📌Non tutto quello che accade, e questo rappresenta un fattore da tenere in considerazione, è immediatamente visibile. Spesso alcuni effetti si percepiscono solo a cose fatte. Adesso siamo in una fase in cui sottotraccia – in una dimensione digitale ipogea – molti contenuti cominciano ad aggregare persone, comunità, reazioni. Non è dato sapere quando, da questa camera magmatica, lava e gas piroclastici cominceranno a risalire verso la bocca del vulcano, e quando assisteremo all’eruzione e magari a un terremoto. D’altronde, come tutti sappiamo, non si prevedono i terremoti. Ma ogni tanto i terremoti arrivano. 


Elezioni presidenziali e minacce esterne
(05 giugno 2020)
🔴 Proprio ieri scrivevo che le elezioni presidenziali americane potranno essere oggetto di attacchi da parte di paesi stranieri, e così già è. Il responsabile del “Gruppo analisi minacce esterne” di Google, Shane Huntley, ha rivelato che le mail di persone impegnate nelle campagne elettorali di Trump e Biden sono state oggetto di attacchi da parte di hacker, collegati a Cina e Iran. Per adesso la strategia è tradizionale, cioè quella del cosiddetto phishing, cioè mail che contengono link dannosi dai qual si recuperano password, dati e informazioni personali. Siamo solo all’inizio.

La novità, insomma, è che quest’anno non ci saranno soltanto i russi a disturbare le elezioni. Sarà interessante vedere se gli schieramenti stranieri tiferanno per un candidato o per l’altro.
Ieri Elon Musk ha detto – con un tweet – che è tempo di rompere il monopolio di Amazon. Complice un’ipotetica censura di un libro di un ex giornalista del New York Times, il capo di Tesla ha scritto che l’azienda di Jeff Bezos va frazionata.

Si potrebbe ipotizzare – per la gioia dei tanti fan di Musk – un’alleanza inedita che si sta formando tra il proprietario di Space X e Trump contro BezosMusk, come il presidente, è un nemico del lockdown. Nei giorni scorsi ha dichiarato che il «panico farà più danni del virus», e che «il panico per Covid19 è una cosa stupida». E poi si è lanciato in un braccio di ferro con lo Stato della California per riaprire la fabbrica della Tesla di Freemont. Tesi più che mai trumpiana. Da parte sua Bezos, in passato ha ironizzato su Musk e sulla sua idea di portare turisti su Marte: «ai miei amici che vogliono andare su Marte ho detto: fatemi un favore, prima salite sulla cima dell’Everest per un anno, così capite se vi piace, perché quello è il paradiso terrestre in confronto a Marte». Come sapete Trump e Bezos si detestano cordialmente, e il Washington Post – da quando l’ha comprato personalmente il capo di Amazon – ha un motto affascinante «Democracy Dies in Darkness» che è una frase pronunciata da Bezos tempo prima dell’elezione di Trump, ma che – con sospetto tempismo – è stata messa sotto la testata solo nel 2017. Un anno dopo l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca. Adesso c’è da capire se alla contesa si aggiungerà un nuovo partecipante, e cioè Musk.

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