Facebook, le elezioni presidenziali USA e la sordina alla guerra civile

Con la caduta della Bastiglia la Francia scoprì la meraviglia della libertà di stampa. Nel 1791 si stampavano oltre 150 giornali di tutti gli schieramenti politici. E possiamo ipotizzare che senza quei fogli avremmo avuto una rivoluzione interrotta, o dagli esiti differenti. Forse una rivoluzione a metà. Non a caso, François Furet descriveva la nascente opinione pubblica, nella Francia post 1789, come una potenza nuova, e aggiungeva che «la stampa fu per la borghesia rivoluzionaria una grande scuola di tirocinio politico». La potenza nuova e le correnti profonde, borghesi e contadine, parigine e di provincia, che stavano scuotendo la Francia alla radice, avevano trovato uno spazio in cui emergere e discutere, prima ancora di agire.

Fatta questa distante premessa, vi invito a un esercizio di fantasia. Provate a immaginare adesso se la stampa giacobina e anche quella realista e filomonarchica, a un certo punto, e nel bel mezzo degli eventi – come il Conte Zio dei Promessi sposi -, avessero deciso che era molto meglio raffreddare gli animi rivoluzionari, che era meglio «sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire». Che la rivoluzione non s’aveva più da fare, né ora né mai. E che anzi la stampa avrebbe dovuto giocare un ruolo: interpretare la parte responsabile nel calmare gli animi. 

In quegli anni, nelle pagine dei primi quotidiani liberi francesi, s’agitava ogni genere di fermento rivoluzionario, compresi i più cruenti, quelli che sarebbero sfociati nel Terrore. Nei giornali – da l’Ami du Peuple al Courrier, da Le Patriote français a Les Revolutions de Paris – prendeva corpo una parte importante del dibattito pubblico. In una specie di magma dialettico si scontravano posizioni differenti: da quel conflitto di parole emergeva il tirocinio politico che educava la borghesia a inedite forme di rappresentanza, e giorno dopo giorno si trasformava in conflitto politico tra i club, tra i partiti e le fazioni, e poi diventava guerra civile, scontro militare (la Storia). 

Immaginate adesso se – nel lontano 1791 – tutti insieme quei giornalisti avessero deciso che era necessario mettere in campo ogni strumento possibile «per ridurre le possibilità di violenza o disordini civili». Magari la disperazione contadina e la forza della borghesia delle città e delle province avrebbero comunque tagliato la testa al sovrano. Non possiamo saperlo. 


Proverbialmente la storia non si fa con i se. 

Tuttavia una simile ipotesi aiuta nel valutare il peso, la consistenza degli spazi di dibattito, dei luoghi in cui si forma e si nutre il consenso. E di quanto una ipotetica assenza, in questi spazi di dibattito delle voci più radicali, possa mutare il corso della storia. E di quanto infine pesi l’eventuale manipolazione di questi spazi. 

Usciamo dal vicolo dei rimandi storici e chiamiamo le cose col loro nome. 

A differenza della Francia dell’89, oggi i social network rappresentano uno spazio consistente in cui prende corpo il dibattito pubblico, un ecosistema complesso in cui si formano consenso e conflitto: un luogo importante della politica. È un dato innegabile, incontrovertibile. Ed è altrettanto innegabile l’assenza di neutralità di questi spazi, e quindi un effetto diretto degli algoritmi dei social network sulla vita politica, sui comportamenti collettivi. Lo ripeto: un effetto diretto. 



Una evidenza che talvolta viene assurdamente messa in dubbio, e che sta invece ottenendo nelle ultime ore una conferma inedita e di vasta portata. 

Conferma che arriva da una decisione della piattaforma fondata da Mark Zuckerberg. Facebook ha infatti stabilito che, in vista dei risultati elettorali delle presidenziali USA del prossimo 4 novembre, farà di tutto «per ridurre le possibilità di violenza o disordini civili». Non solo, il social network adotterà le misure di emergenza necessarie a rallentare la diffusione di quei contenuti virali che possono infiammare il pubblico. Compreso un rallentamento generale del feed degli utenti, per evitare che i contenuti che hanno più successo possano arrivare al maggior numero di persone. 

Insomma Mark Zuckerberg ha deciso che i suoi ingegneri somministreranno una dose di calmante – una dose da cavallo – allo stressatissimo sistema nervoso-politico statunitense, per evitare che il paese arrivi stremato e sovreccitato al collasso. Parliamo di una ipertensione che egli stesso ha contribuito a generare, e che adesso pensa in qualche modo di poter alleviare.

L’algoritmo di Facebook basa la popolarità dei post sul numero di reazioni che essi provocano. Un post dal contenuto molto conflittuale sarà quindi anche un post molto popolare, e dunque virale. Ecco, per qualche giorno, negli Stati Uniti questo meccanismo verrà disattivato, verrà depotenziato.
La furibonda battaglia politica che ha caratterizzato la vita politica statunitense degli ultimi mesi e anni, infiammata dalle tv ma rilanciata in ogni angolo dell’Unione, in ogni sperduta contea, grazie alla diffusione a tappeto dei social network di Zuckerberg, adesso subirà una improvvisa frenata. Qualcuno spegnerà l’interruttore del risentimento, della furia, della rabbia dei tanti blocchi sociali che – a vario titolo – si sentono sotto attacco.



Non sappiamo quali saranno gli strumenti tecnici con cui Zuckerberg attuerà questa decisione. Al Wall Street Journal un anonimo impiegato del social network ha detto che «non si tratta di una soluzione automatizzata», e che anzi richiede un intervento umano. Assisteremo, insomma, allo spettacolo di una intelligenza umana che manipolerà l’intelligenza artificiale e ingannerà – a suo insindacabile giudizio – l’imprevedibile l’astuzia della Storia, agendo sull’algoritmo della più importante piazza di confronto e dibattito del paese, riducendo il volume degli altoparlanti che inneggiano alla rivolta, spegnendo le luci e diluendo la rabbia nel flusso ininterrotto della conversazione non sovversiva, di decine di milioni di persone indifferenti (laddove esistano davvero). L’esito atteso dovrebbe essere “niente conflitti”.

Eccola l’evidenza di cui parlavo. Se davvero Zuckerberg pensasse che la sua creatura non ha alcun effetto sulla società americana, e sulla vita politica americana, si sarebbe tranquillamente tirato indietro. Di fronte al rischio di disordini avrebbe detto: che volete da me? L’algoritmo di Facebook non c’entra nulla; se sentite in giro tintinnar di sciabole, pericoli di colpi di stato o di guerra civile non rivolgetevi a Facebook.
Avrebbe nella migliore delle ipotesi fatto finta di niente, 



Non sembra un’operazione facile.
Gli Stati Uniti non sono la Francia di LuigiXVI, tuttavia da mesi i titoli dei giornali evocano – con differenti tonalità – la possibilità di una guerra civile. Usa Today, qualche settimana fa, ha registrato che metà degli elettori americani si aspetta disordini, il giorno dopo le elezioni.

I social network, l’ho scritto molte volte e lo ripeto, non generano posizioni politiche, al più le esasperano, sicuramente avvantaggiano chi è in grado di conoscerne e sfruttarne alcune dinamiche. Ribadiscono una egemonia già presente nelle società. In molti casi, dentro i social network, arriva a maturazione un processo di ebollizione  e maturazione che scorre nei popoli e nelle culture.
Se n’è parlato poco in Italia, ma Facebook ha detto di aver commesso errori e di aver avuto un ruolo nell’eccidio della minoranza Rohingya in Myanmar. Non una completa ammissione di responsabilità, sebbene un rapporto indipendente abbia confermato che il social network è stato «sfruttato da coloro che cercano di diffondere odio e violenza» nel paese. Gli Stati Uniti non pesano quanto una piccola democrazia del sud est asiatico e Zuckerberg si sente accerchiato. E dopo aver contribuito ad alimentare l’incendio, adesso deve riuscire nell’intento di trasformarsi in pompiere. 



In una meravigliosa eterogenesi dei fini – condizione che rappresenta il destino ultimo dei social network – uno spazio digitale che si autoproclamava di libertà si trasformerà in uno spazio di censura, di chiusura. Facebook sta mettendo in atto il più importante atto di correzione del proprio algoritmo per evitare derive provocate da questo stesso algoritmo. 

Abbiamo di fronte una buona causa, argomenteranno a difesa i fan oltranzisti di Facebook. I conflitti fanno paura – diranno -, la violenza e i disordini fanno orrore, bene fa il social network ad applicare la sordina al basso continuo che annuncia una possibile rivolta. Anche perché i rivoltosi potrebbero scagliarsi contro uno qualsiasi dei candidati, oggi non è dato saperlo. Alcuni potrebbero arrivare dai sobborghi che abbiamo visto in fiamme, la scorsa estate; altri potrebbero essere stati reclutati – proprio nei social – da QAnon, per difendere la nazione dal complotto: dalla congrega di democratici pedofili che si riuniva in una pizzeria di Washington.

Oppure è possibile che non accada nulla. Le elezioni faranno il loro corso ci sarà una transizione equilibrata nel caso vinca Biden, oppure un secondo mandato del presidente in carica. 



Però rimane la sensazione sgradevole di un attore che fino ad oggi ha descritto se stesso come arbitro imparziale, e che da domani potrà essere invocato per imprimere direzioni e affermare punti di vista parziali a chi abita la sua piattaforma.

La verità è che gli apprendisti stregoni digitali, che per anni hanno giocato con l’eccitazione dell’opinione pubblica, facendo denaro a palate, adesso si ritrovano perduti. Si guardano smarriti, di fronte al rischio che il composto che hanno creato in laboratorio sia troppo instabile per infilarlo nella provetta di un’elezione democratica. Stanno davvero correndo il pericolo che tutto gli esploda tra le mani. E l’unica possibilità è tentare di sopire quel conflitto che nella società tuttavia vive e, alla lunga, appare irriducibile. 



Certo, è vero: i conflitti fanno paura. Ma con quale autorità, un ragazzo di poco più di trent’anni decide di farsi arbitro del destino di una intera nazione?

I conflitti esistono nelle società, e in quella americana – profondamente diseguale e forse anche meno ipocrita – sono visibili. Il social network intende annettere la realtà sociale al suo modo di operare nell’ecosistema digitale: vuole silenziare conflitti, che non sempre seguono direttrici chiare per noi europei, esportando nello spazio fisico il principio che regola la vita dentro le mura di Facebook, e cioè lo standard di un’esperienza di navigazione confortevole. Dimenticando che nella vita intera, nelle innumerevoli relazioni e conflitti che ci attraversano, non godiamo di sistemi con cui attenuare lo sconforto, né di tecnologie che abilitino esperienze sociali ed esistenziali confortevoli. 

Tra l’altro, la violenza, cui Zuckerberg vuole mettere la sordina, abita nelle fondamenta della cultura statunitense a partire dal secondo emendamento della Costituzione, norma che garantisce a chiunque il diritto di possedere armi. Esiste nel continuo riferimento alle Forze armate nel discorso pubblico, al ruolo che queste ultime esercitano fuori dei confini nazionali e come proiezione del potere degli Stati Uniti all’estero, e anche dalla loro presenza nel dibattito e sulla stampa, alla funzioni che i generali esercitano in politica, da Washington ad Eisenhower, da John Mattis a Michael Flynn. Un editoriale di qualche mese fa sul Wall Street Journal si chiedeva se non stessimo assistendo alla fine della supremazia militare americana. La forza e con essa la violenza nutrono, infine, la retorica che aleggia attorno alla scelta ogni 4 anni del Comandante in capo. Non esiste nulla di simile in alcuna nazione europea.

Fa sorridere l’atteggiamento di chi – Facebook – finge di accorgersi che le sue pagine vengono utilizzate come spazio di reclutamento per milizie armate. Forse farà impressione a noi, laggiù molto meno. Non fa alcuna impressione in quella right nation (la nazione orizzontale e di destra che è il titolo di un importante saggio di qualche anno fa) che si estende nel mezzo degli Stati Uniti, tra le due coste. E fa sorridere perché mentre si discute di mettere la sordina a chi proverà a fare la guerra civile, una pagina da quasi cinque milioni, della National rifle association, fa guadagnare denaro (almeno 5 milioni di dollari negli ultimi 2 anni) a Zuckerberg con decine di inserzioni attive. Questa pagina ha come immagine di copertina un invito a combattere chi osa limitare il diritto a possedere armi, e cioè Biden, Kamala Harris, Bloomberg e altri politici democratici. E come primo post visibile racconta in un video la storia due texani armati che hanno fermato un tale che aveva cominciato una sparatoria in una chiesa battista. I due siedono su un carro armato, sparano con M16, pistole e ovviamente fanno campagna elettorale per Trump



Questo tipo di discorso pubblico che turba noi europei esiste ed è parte da sempre del discorso pubblico americano.
The Atlantic ha realizzato una interessante inchiesta su una milizia che raccoglie ex membri delle forze armate e di polizia, e che si prepara a una possibile, ipotetica, guerra civile. L’autore dell’inchiesta ha raccolto le parole di David Hines, uno scrittore conservatore, il quale afferma che «le pistole sono la piattaforma organizzativa di maggior successo della destra. (…) Le armi hanno una valenza sociale. Per sparare probabilmente ti dirigerai verso un poligono, e per acquistarle andrai in un negozio o in una fiera dove troverai persone che condividono la tua mentalità. Le armi sono rampe dell’attivismo di destra». E dove pensate che questi pensieri, le domande intorno a queste pistole, le informazioni su queste fiere e tutti i discorsi che ruotano intorno a queste attività vadano a finire? Nel social network ovviamente e naturalmente. Certo non tutti i possessori di armi negli States vorranno fare la guerra civile il giorno dopo le elezioni. Di sicuro molto di loro ammetterebbero che l’uso della forza – la violenza – sia un dato di fatto, ineludibile, di quella società.  

A partire da questo dato di fatto, capite bene quanto suoni ipocrita e risulti tardiva, e fuori scala, e lontana da una parte consistente della società americana, la velleitaria sordina di Zuckerberg.



Lo ripeto, non sappiamo se assisteremo a sommosse, e ugualmente non sappiamo se Facebook riuscirà a bloccarle, non sappiamo nemmeno se il mondo cambierà di nuovo, come affermano alcuni giornalisti desiderosi di attribuire alla cronaca le movenze della storia. Eppure il solo fatto che Zuckerberg pensi di dover disporre di un simile potere, misura l’ampiezza di questo potere. Di fronte al possibile dispiegarsi dello stato d’eccezione il social network sta predisponendo una serie di contromisure. Del tutto inedite: l’algoritmo fin qui intoccabile da domani lo sarà. Una tecnologia di proprietà di un’azienda, ancora una volta, dispiega il suo manto protettivo su variabili imprevedibili  per l’intelligenza artificiale che agitano la società. Proprio ieri, Giuseppe De Rita ha descritto sul Corriere «un sistema sociale senza dialettica collettiva, tanto sono deboli o inesistenti le tracce dello scontro politico, del confronto ideologico, delle lotte di classe, della volontà di ridurre le diseguaglianze sociali. Tutto sembra sia impantanato nel grande lago di una mediocre cetomedizzazione e più ancora nel carattere molecolare e soggettivistico della società, portato più a seguire speranze di innovazione tecnologica che la durezza del confronto sociale». 

Qual è il grado di durezza accettabile nello scontro politico? 

A quale livello arriveranno gli Stati Uniti martedì notte, ora italiana? 

Il monopolio dell’esercizio della forza caratterizza qualsiasi Stato. E l’America, se dovesse essere necessario, metterà in campo varie polizie federali e statali, la Guardia nazionale e le forze armate per reprimere eventuali disordini. Risorse incomparabilmente superiori a quelle di qualunque milizia armata in circolazione. Anche dei Proud boys più numerosi e desiderosi di far scoppiare una guerra guerra civile. 

In conclusione, non possiamo non ribadire un concetto: oggi accanto a chi possiede il monopolio dell’esercizio della forza militare, ne esiste un altro, digitale, altrettanto pervasivo e desideroso di mettersi alla prova. Un cimento utile tanto a difendersi dalle accuse che gli sono piombate addosso nel tempo, quanto a misurare l’efficacia degli strumenti che possiede. 

Osserviamo le ore che mancano all’elezione del presidente degli Stati Uniti, e ci chiediamo se siamo nel mezzo di un processo storico, questo sì lungo e articolato, che segnala la nascita di un’entità ulteriore e paritaria che si affianca al potere politico e istituzionale, con forme e ambiti del tutto inediti. 

Ancora una volta occorre constatare che la definizione di social network fotografa soltanto la superficie di un potere altrimenti indefinibile, la cui essenza è ampia e pervasiva, un potere che sopravanza di gran lunga le categorie interpretative che abbiamo a disposizione per caratterizzarlo fino in fondo. 

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