Tecno-camaleonti

Sta facendo molto rumore quel che accade attorno agli account social network di Trump e non solo. 

Alcune notizie: 
Amazon ha rimosso Parler dal suo cloud. Gli ha praticamente tolto lo spazio per archiviare i dati, spegnendo di fatto il social network. Forse l’azione più dura, spietata, messa in campo in questi giorni.
Apple e Google hanno confermato, anch’essi, la rimozione di Parler dai loro store.
Facebook non ha ancora deciso quanto durerà la sospensione di Trump da Facebook e Instagram.
Twitch e Snapchat hanno disattivato l’account di Trump.
In Italia, Twitter ha sospeso l’account del quotidiano Libero.

In questi tre giorni abbiamo assistito a un ampio dibattito su queste scelte. Le persone continuano a interrogarsi su ciò che esce dalle piattaforme – l’output – e poco a quel che c’è dentro, a come funziona quel che c’è dentro le piattaforme – la macchina. E tutti, invariabilmente, chiediamo una soluzione. Ossessivamente pretendiamo che esista una soluzione, un qualche orizzonte di salvezza. Quasi una prospettiva religiosa che prende corpo in una società completamente secolarizzata (ma questo è lo spirito del tempo). Alle volte non esiste una soluzione immediata (e sensata). Non c’è salvezza.
Abbiamo bisogno di un processo di elaborazione, di tempi lunghi, di osservare il portato negativo di tutto questo. Pensate ancora una volta al motore a scoppio, e alla consapevolezza che oltre alla libertà ha portato con sé l’inquinamento.


Provo a porre alcuni punti di riflessione.

Le techno-corporation stanno comportandosi come se una famosa norma di legge americana (la Sezione 230 del Communications Decency Act) non sia mai esistita. Peccato che quella norma di legge rappresenti una delle ragioni del loro successo di pubblico, e dunque economico.
Come hanno scritto in molti, magari esagerando un po’, la Sezione 230 contiene le 26 parole che sono alla base di Internet. Eccole: “Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi“.
Google è diventata quello che è, perché le persone potevano scrivere anche contenuti orribili, violenti e falsi che venivano indicizzati dal motore di ricerca, senza che Google potesse esserne considerata responsabile.
Facebook è diventata quello che è perché le persone potevano pubblicare e condividere anche contenuti orribili, violenti e falsi, senza che Facebook potesse esserne considerata responsabile.
Eppure in questi giorni, le piattaforme si sono comportate come se fossero responsabili – giuridicamente – delle parole del presidente uscente. Cosa che fino a pochi giorni non avevano mai fatto o avevano fatto solo talvolta. Al contrario, si erano sempre proclamate irresponsabili per quanto avveniva nel loro giardino recintato. Facendo leva proprio su questo gigantesco schermo giuridico e proclamandosi paladine della libertà d’espressione.
Si dirà che in questi giorni è apparsa evidente, da parte di Trump, la violazione dei codici di condotta che regolano la vita delle stesse piattaforme, è apparso evidente il pericolo che quelle parole portavano con sé. Perché prima non era altrettanto evidente?
La Sezione 230 è stata al centro di un aspro confronto, lo scorso maggio. Donald Trump voleva abolirla, le techno-corporation volevano mantenerla valido. Adesso il dibattito sulla sensatezza di questa norma riprende quota.
Ma allora perché le aziende si sono comportate così?
Per opportunismo, per ingraziarsi il nuovo inquilino della Casa Bianca, per un camaleontismo sospetto, quello di chi si mette contro un ex potente, nel momento in cui è pressoché finito.
In ballo ci sono questioni aperte riguardo alla sopravvivenza e all’integrità delle techno-corporation: decine di cause antitrust contro il monopolio esercitato da queste aziende. Insomma assistiamo a mosse politiche e non dettate da ragioni giuridiche. Anzi.


Molto grave ed estremamente severa, forse ancora più della chiusura dell’account di Trump, è la decisione di Apple e Google di rimuovere il social network Parler dai loro store. Cui si aggiunge la decisione di Amazon, senza precedenti, di disabilitare i server che ospitavano i dati di Parler. L’azienda di Jeff Bezos rappresenta da sola il 40% dei servizi di cloud; alle sue spalle ci sono IBM, Microsoft e Google.
La motivazione di tutte queste scelte contro Parler risiede nell’incapacità, da parte di Parler, di fermare la proliferazione di discorsi violenti al suo interno. Come se YouTube (di proprietà di Google), o un social come Reddit, o bacheche come 8kun, facilmente raggiungibili con un iPhone o un telefono Android (sistema operativo sviluppato di Google), non siano spazi digitali in cui l’odio prolifera senza particolari limiti.
Che esista un monopolio lo certifica l’impossibilità di ricorrere ad altri soggetti per continuare a esistere.
La chiusura da parte di 2 piattaforme e di un solo fornitore di servizi cloud ha messo a terra un social network. Che poi, certo, potrà rivolgersi a un giudice, ma nel frattempo è muto, silente.
Nello spazio digitale, l’esercizio del potere repressivo in capo a meta-nazioni che fanno il bello e il cattivo tempo, costituisce l’esercizio di un potere assoluto, senza appelli, lì dentro. Bisogna aspettare i tempi della giustizia ordinaria, nel frattempo si sparisce dalla circolazione. La possibilità per un’applicazione di accedere a un server per mettervi i dati dei propri utenti, oppure di comparire su uno store per poter essere scaricata, rappresentano le condizioni di esistenza in vita di un soggetto nello spazio digitale. Queste condizioni di accesso a uno spazio pubblico, e dunque al discorso pubblico, sono state revocate da 3 aziende.
Quali sono le motivazioni di queste mosse? Anch’esse sono politiche. E sono le stesse di cui sopra, per una captatio benevolentiae.
Ciò che mi preme sottolineare non è l’illiceità dei comportamenti delle società della Silicon Valley, ma l’opportunità unita a un indicibile conformismo (siamo sicuri che se Trump avesse vinto le elezioni, le techno-corporation avrebbero fatto esattamente queste cose?).


Un’ultima considerazione.
Tutte queste misure stanno spostando una parte dell’attenzione rivolta ai fatti del Campidoglio, verso il tema della libertà d’espressione. Dopotutto hanno assunto una consistenza politica rilevante, come tutto quello che fanno le techno-corp. Angela Merkel, che sicuramente non è stata una delle leader occidentali più vicine a Trump, ha voluto e dovuto difenderlo. Osservando quanti e quali problemi soluzioni di questo genere, anziché risolvere, potranno causare.
Concedere questo immane potere a un gruppo di tardo-adolescenti (un’efebocrazia), molto ricchi, molto presuntuosi, che agiscono senza alcun contropotere, dovrebbe fare ulteriormente riflettere.
La consapevolezza degli effetti politici delle loro azioni non sempre appare piena, profonda. Ma gli effetti politici delle loro azioni riguardano le società non le loro aziende. Riguardano i conflitti che si produrranno, conflitti inediti, ai quali non siamo preparati.

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