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Prima di scrivere un tweet pensaci due volte

Il commento di Elena Stancanelli sul linguaggio del ragazzo di Torre Maura, Simone, potremmo dire, indipendentemente dal merito, pone la questione di come un intellettuale affronti la rapidità della rete, le sue dinamiche e la grammatica dei social network.  Non sul merito quindi delle affermazioni di Stancanelli ma rispetto al metodo, alle accuse di linciaggio, su questo ci si potrebbe soffermare, visto che su tutto il resto molto è stato detto, e molto altro sarà scritto. La questione non è solo, e soltanto, quella del linguaggio del ragazzino di Torre Maura. Ma di qualcosa di altrettanto corposo, e cioè del valore del linguaggio – della lingua – nella rete.

Per prima cosa, parafrasando lo stesso tweet incriminato, si potrebbe scrivere e dunuqe rivolgerci all’autrice chiedendole: per carità la scrittrice Stancanelli che le vuoi dire, coraggiosa… ma che una con la sua esperienza, a quell’età, non sappia parlare su Twitter, non vi fa impressione?

Si chiama post d’istinto quello che la scrittrice ha buttato giù, evidentemente annotando per iscritto un’affermazione pensata e subito ripetuta a voce alta, detta a qualcuno, a un interlocutore reale o immaginario, e in un batter d’occhio stenografata e precipitata nel social newtork. Un post senza mediazioni, senza filtri, senza alcun ragionamento sulle conseguenze, è un travaso di emozioni nello spazio digitale delle emozioni. Il post d’istinto è esattamente questo. Ed è la ragione per cui nei corsi di social media management alcuni insegnano a meditare la risposta, a verificarne la portata, a vagliarne l’efficacia e i rischi. 
Spesso riesce, talvolta va a finire male. 

Il tweet incriminato era un pensiero che probabilmente faceva parte di un ragionamento ampio, denso, costituito – immagino – su premesse e conclusioni, e calato all’interno di un contesto articolato. Ragionamento che però, per forza di cose, e per le regole dello spazio in cui la scrittrice l’ha scaraventato, è diventato una sola breve frase, anzi nemmeno una frase: poche parole in fila con qualche puntino di sospensione, lanciate nell’ambiente della non complessità. Gettate nell’arena delle emozioni. Emozioni che devono essere misurate, contate e che in definitiva servono a vendere pubblicità. Insomma un tweet che in origine poteva essere un ragionamento, si è condensato talmente tanto da aver subito una mutazione genetica che l’ha trasformato in un oggetto minimo, quasi senza materia, senza origine precisa, senza premesse, senza connessioni. Si è trasformato in “un contenuto” e cioè in una delle miliardi di miliardi di particelle elementari che costituiscono l’ossatura dell’infinito spazio digitale. Il contenuto è l’elemento di base da cui nasce e si struttura la meccanica del web 2.0 (non dunque il link che fondò il modello standard del primo web). Il contenuto è quasi sempre un atomo che naviga solitario e di cui ci si accorge e si intuisce la traiettoria solo al momento in cui esso genera una collisione. Un contenuto è un oggetto multiforme, multimediale, aperto: una foto, un video, un articolo, una parabola, una storia, una fandonia, un tweet. Un contenuto non è quasi mai un ragionamento articolato, un ragionamento articolato non è quasi mai un condensato in un tweet.

Una volta che il contenuto viene sparato nella conversazione digitale non è più recuperabile, cancellabile, emendabile. (O meglio potrebbe anche essere cancellato, ma qualcuno potrebbe averlo copiato, insomma ci siamo capiti). Quel contenuto finisce nel mare aperto e lì viene messo alla prova, perché deve produrre una performance, può essere apprezzato, condiviso, esaltato oppure criticato, stritolato dalla velocità, dall’aggressività degli utenti, delle persone; il contenuto subisce la sua intrinseca, naturale potremmo dire, capacità di generare reazioni, nasce per essere misurato, contato. Insomma un contenuto, per il social network che lo ospita, ha la sola funzione di produrre risultati: chi è pro e chi è contro, chi è triste o allegro, chi commenta o retwitta, chi mette like o mette la faccia arrabbiata.

Stancanelli ha avuto molti contro, quasi tutti contro. La polarizzazione è stata minima, e avvenuta quasi tutta ai suoi danni. Dacché si è manifestata quella che alcuni definiscono shitstorm, una tempesta di insulti, chiamiamola così. Dopotutto il brodo di coltura dei social network risiede nella fornace calda del deserto del Nevada, nel festival di Burning Man. Evento prodotto, partecipato, rappresentato e messo in scena ogni anno dai professionisti che lavorano nella Silicon Valley, e che rappresenta l’infrastruttura cultura del capitalismo digitale in una radicale lotta per la vita e per la supremazia, che ricorda molti racconti di Jack London.

Il secondo elemento che colpisce nella conversazione emersa da quel tweet è la reazione incongrua rispetto al luogo in cui si compie, e dunque la reazione stizzita che la scrittrice ha prodotto. La risposta alle critiche, il voler pretendere il “lei” all’interno di uno spazio che – quasi statutariamente – non prevede alcun “lei”. I social network sono un ambiente paritario dove si conversa tra pari, e tutti sono sullo stesso piano. Al limite potremmo affermare che le uniche gerarchie che contano dentro Facebook, Twitter o Instagram sono gerarchie variabili e fondate sul seguito che gli utenti possiedono. Tuttavia anche chi possiede seguiti corposi può rischiare. Contro una qualsiasi star digitale può rivoltarsi quella “massa di nicchie” di cui scrive Chris Anderson; la “massa di nicchie”, ovvero tutti gli altri, tutte le altre tribù che per qualunque ragione si sentono toccate da un’affermazione, da un post o un video, quella “massa di nicchie” può sommerge anche la star più affermata.  Ecco perché risulta sciocco parlare di “salvinizzazione” del dibattito che è seguito al tweet di Stancanelli: il modo di conversare nei social network è questo qui. Non ne esistono molti altri (fanno eccezioni gli sforzi seri e capillari di alfabetizzazione digitale come quelli che mettono in pratica Parole O_stili).

In questo senso andrebbe letto con grande attenzione, soprattutto da chi si sconvolge della violenza dialettica, quanto scrive Angela Nagle, in un testo importante pubblicato lo scorso anno, “Contro la vostra realtà” che, seppure descriva quanto la destra sia riuscita a colonizzare molti filoni culturali che galleggiano nel web, già dal sottotitolo illumina su molte cose: “come l’estremismo del web è diventato mainstream”.

Sembra incredibile che a distanza di tanti anni dall’invenzione di Twitter tutti questi concetti ancora sfuggano. Fa ancora più impressione il modo in cui ci si rapporto alla lingua digitale e all’utilizzo della parola nello spazio digitale. Non sto parlando di nuovi lemmi, degli inglesismi, di sigle e contrazioni, la nuova lingua è piuttosto quel nuovo linguaggio che ha strutturato – come tale – nuove modalità di pensiero, di relazioni ed espressioni.

Andrebbe ricordato a chi scrive di professione, agli intellettuali, agli scrittori che, mentre loro utilizzano le parole per vivere e per esprimersi, c’è qualcuno che le parole le mette in vendita. Esiste un’asta planetaria, in azione 24 ore su 24, per 365 giorni l’anno, in centinaia di lingue al mondo e a tutte le latitudini, quest’asta ha come banditore unico e supremo l’intelligenza artificiale e come acquirenti gli esseri umani o altre intelligenze artificiali. 
Sapete cosa si acquista? Sapete cosa si compra in questa asta forsennata, lucrosa e sempre aperta? Si acquistano le parole. Le parole, che sono l’essenza e la ragione ultima della vita di uno scrittore, sono vendute in maniera inedita rispetto al passato. Sono vendute per poter ri-vendere le domande, i bisogni e gli interrogativi delle persone. Tutte le parole sono passibili di asta, anche la parola Dio o la parola madre, i nomi delle malattie, dei giochi, delle armi e quelli delle nostre più recondite fantasie. Per capirci, in questo momento la parola libro vale 1.35€, quella racconto 0.03€; la parola tumore ha una base d’asta di 1.18€, la parola speranza costa tanto: 4.88€. E nel computo, e nei prezzi, l’essere umano dimostra ancora una volta quanto sia incosciente e velleitario a voler comprare briciole di felicità attraverso il motore di ricerca.

La pubblicità esisteva anche prima, certo, ma non aveva questa portata, non aveva soprattutto un unico enorme imbuto che accoglie la nuova dimensione commerciale delle singole parole. Ecco perché le parole stanno mutando la loro consistenza e un’intellettuale come Stancanelli ha il dovere di interrogarsi su tutto questo. Quasi tutte le critiche hanno messo in rilievo il merito e hanno guardato al contesto, dimenticando tuttavia il metodo, la sostanza e l’ubi consistam della conversazione digitale. Non ce lo possiamo più permettere, ecco perché ho provato a mettere in fila queste riflessioni. Occorre un’attenzione differente a quelle stesse parole che uno scrittore maneggia in un modo quando deve scrivere un romanzo, e che – necessariamente, doverosamente – deve maneggiare in maniera completamente altra quando abita la spazio digitale.

Forse Stancanelli aveva ragione, forse no. Credo di no, ma non conta il mio parere. E comunque non avrei mai scritto una cosa del genere in quel modo, in quel luogo, in quel momento.
Sparare un tweet così e stupirsi delle reazioni questo fa impressione.

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