I no che vanno detti e le spunte blu

Cosa racconta la fine delle spunte blu? 
Come definire il comportamento di un utente che vi rinuncia? 
Cosa significa aver scelto le spunte grigie?

Sembrano cose meschine o irrilevanti vero? Eppure tocca farci i conti.
La confidenza con la tecnologia e con le funzioni che essa abilita creano nuovi comportamenti, abitudini che tentiamo di interpretare in base a costrutti culturali che prescindono dalla tecnologia stessa. Come se fossimo davvero soli e autonomi nella scelta. Decidere di abrogare le spunte blu, ad esempio, potrebbe essere visto come sintomo di una resistenza minima all’invadenza della connessione. Ma non tutte le resistenze meritano la maiuscola. Anzi, alcuni tentativi di resistere evidenziano altro: accondiscendenza mascherata, inconsapevolezza.

Le spunte blu di WhatsApp rappresentano un cardine del sistema di messaggistica acquistato da Facebook nel 2014. Infatti attorno alle spunte blu è sorta letteratura, aneddoti. Chiunque sa a cosa servono.

E nell’ultimo periodo ho notato alla rinuncia, sempre più diffusa, di questo segnale di avvenuta lettura. Molti hanno scelto di non mostrare ai propri interlocutori le spunte blu, lasciando queste ultime in un perenne colore grigio. Si potrebbe essere tentati di leggere una simile rinuncia come forma di disobbedienza digitale minima. 

La sparizione del blu in favore del grigio richiamerebbe, insomma, l’eco dimessa, e sottotono, del preferirei di no di Bartleby lo scrivano. Un atteggiamento che potremmo rendere esplicito in questi termini: preferisco che tu non sappia se ho letto, e comunque preferirei non essere disturbato in alcun modo; oppure: preferisco lasciarti nell’incertezza sul fatto che io abbia o non abbia letto, preferisco che tu rimanga nella vaghezza circa le ragioni della mancata lettura e della lettura. E andando oltre il condizionale di cortesia espresso dal meraviglioso personaggio di Melville, si può cambiare registro, passando a un imperativo che risuona ancora meglio nello spazio digitale: voglio che tu smetta di interrogarti sul mio comportamento e finisca per accettare che non saprai mai se ho letto, se non ho letto, se intendo o non intendo leggere, se intendo o non intendo risponderti, voglio che ti metta l’anima in pace
In definitiva l’utente afferma di voler tornare a una situazione antecedente rispetto all’introduzione delle spunte blu. Cancellandone l’utilizzo, auspica un ritorno all’incertezza. Egli innalza il vessillo dell’incertezza come simbolo di una presunta padronanza di sé. 

La verità è che l’umano, calato così profondamente nella grammatica comunicativa dettata dalla macchina, quando sceglie di rinunciare alle spunte blu, fa l’esatto contrario. Egli rinuncia a una propria affermazione di soggettività, e consente che sia la funzione abilitata dal sistema a comunicare al posto suo. 

La macchina inquina il codice di comunicazione e definisce il ricevente senza spunte blu come qualcuno che è sì disponibile, ma non fino in fondo; qualsiasi cosa la parola disponibilità significhi. La decisione di cancellare le spunte blu colloca l’utente in un perimetro di educata vaghezza del rifiuto, preferirei di no, appunto. Ma rimette a WhatsApp il confine e la forma di questo rifiuto, confine che non appare chiaro per niente, e forma in cui la vaghezza risulta ulteriormente sfumata (il vago del vago), in un rincorrersi di chiaroscuri comunicativi che lasciano ampio spazio a interpretazioni. Chi osserva le spunte grigie non sa, e non capisce, e non ha elementi per capire. Il mittente finisce per dover riempire di senso una mancanza.

E su una cosa, immagino, saremo tutti d’accordo, che le omissioni sono peccati assai più interessanti dei pensieri, delle parole e delle opere.

Date queste premesse, resta da capire dove va ad appuntarsi la linea mobile di una tecnologia che sottrae comportamenti agli umani, anzi che sottrae responsabilità agli umani e li affida alla macchina. Non compiti servili, ma compiti che snaturano l’umano, lo debilitano. Mi torna in mente la Linea della palma, concetto che utilizzava Leonardo Sciascia per indicare il confine su cui la mafia si attestava anno dopo anno, risalendo e conquistando vaste aree del Paese, da sud verso nord. Oggi dobbiamo ammettere che una simile linea, senza riferimenti naturali, esiste; essa sposta in avanti il confine mobile di caratteristiche che ci rendono umani, e rispetto alle quali cediamo – giorno dopo giorno – sovranità alle macchine. 

Per essere espliciti: quale che sia l’interpretazione del suo comportamento, Bartleby esprimeva il proprio rifiuto, lo diceva: egli affermava cortese, imperturbabile eppure inamovibile il suo preferirei di no. Non rimetteva a un mediatore la scelta; ed è questa la ragione per cui lo ascriviamo fra i grandi e nobili disobbedienti, fra gli ostinati resistenti.
Quando disattiviamo le spunte blu di Whatsapp ci trasformiamo in una pallida derivata contemporanea di Bartleby. Abbiamo affidato al mediatore tecnologico la forza e la capacità di dire di no. Quale che sia il senso di questo no, quale che sia il perimetro di questo no; e cioè: non ho letto; ho letto e non voglio rispondere; non ho letto e non voglio comunque rispondere

Mi rendo conto quanto tutto ciò derivi da una onnipresenza del mediatore nelle nostre esistenze. Nel 2019 poco meno di 32 milioni di italiani hanno utilizzato Whatsapp per 25 ore al mese ciascuno. Un sistema di messaggistica che incarna il ruolo del protagonista più luminoso, che personifica il tiranno della ubiconnessione continua che affligge e schiaccia l’essere umano.
Questo statuto motiva la scelta di apparente disobbedienza: la responsabilità del fatto che siamo perennemente connessi e disponibili ricade tutta su Whatsapp, noialtri non abbiamo alcuno scampo ma vogliamo ugualmente fuggire, liberarci; affidiamo allora alla macchina la possibilità – la responsabilità – di disconnetterci, di non essere trovati. Insomma la solita strada che consegna alla tecnologia l’antidoto alla tecnologia stessa.

Tra l’altro un antidoto parziale, come vedremo più avanti. Laddove invece il rifiuto espresso, quello pieno e consapevole, prende la forma del disinteresse sommo che ignora spunte e messaggi, ed è indifferente tanto al blu quanto al grigio. Il vero e rivoluzionario preferirei di no di chi non si volta mai, se richiamato all’ordine. 
La negazione, il dire di no, come sa bene chi ha fatto una qualche esperienza di psicoterapia, appartiene alla categoria delle grandi conquiste in vista di minime ma rilevanti consapevolezze.

Saper di dire di no è anche tanta parte di una diffusa retorica della consapevolezza. Con sprezzante senso del pericolo condividiamo frasette sulla negazione che aiuta a farsi adulti, convinti che rimuovere la doppia spunta ci spinga verso significative e tignose rivolte, e quindi verso considerevoli prese di coscienza di fronte alla petulanza del prossimo. Altrimenti perché farlo? 

La banale verità è che il rifiuto, consegnato nelle sapienti mani della macchina, elimina dal nostro panorama la categoria del rifiuto minimo ma estremamente frequente. Il piccolo no quotidiano, assillante talvolta, fastidioso da dire e da gestire, disinnesca un potenziale conflitto, elide il contatto, e suppongo sia questa la ragione ultima della scelta relativa alle spunte. Lasciando che il nostro interlocutore fissi le spunte grigie che mai prenderanno colore, evitiamo la discussione immediata, e affidiamo alla macchina anche il tenore del nostro inesistente rifiuto. Che si concretizza in un no parziale. Diniego a metà che non merita la qualifica di negazione piena, piena anche di conseguenze. Essendo sbiadite le spunte, oltre all’indeterminatezza nella scelta, marcano anche una eventuale irresponsabilità nostra. In fondo potremmo davvero e incolpevolmente non aver letto il messaggio, non per scelta deliberata. Magari mancava la copertura, e noi non potevamo proprio leggere. Le spunte incolore contengono una giustificazione in premessa che emerge da quella zona, grigia appunto, in cui scelta e necessità si confondono. Mancava la rete: non potevo proprio rispondere, non era colpa mia, quando ho visto l’ho fatto

La forza di Bartleby non è tanto la forza di dire un no, quanto di assumerne le conseguenze. Tanto le conseguenze pratiche quanto e soprattutto quelle di ordine morale. Il giudizio che grava su di lui. All’estremo di Bartleby troviamo Mersault che sconta fino in fondo l’insensibilità di fronte alla morte della madre, si macchia di un reato gravissimo, l’omissione di lacrime, che gravando sulla reputazione aggrava la pena. «Non sapevo che cosa fosse un peccato: mi era stato detto soltanto che ero un colpevole. Ero colpevole,  pagavo, non si poteva chiedermi nulla di più», dice lo Straniero. Un no dal tenore definitivo.


In chiusura, non posso fare a meno di notare che l’eliminazione delle spunte blu denota un atteggiamento blandamente sadico. La volontà pervicace – fissata dall’impostazione del sistema di messaggistica – di lasciare il prossimo nell’indeterminato, in un vago senza alcun valore poetico, solleva un ostacolo che non sollecita alcuna immaginazione o fantasia, al limite attiva ossessione e fastidio. Il grigio è frustrante poiché indica un rifiuto parziale, un rifiuto mezzosangue del quale si può negare facilmente la paternità. L’esercizio di questa attitudine sadica ovviamente risulta del tutto inconsapevole, ma si può essere volenterosi carnefici anche senza saperlo, anche senza inquietudine. 

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