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La guerra dei troll

Non vestono una divisa, non indossano un completo di Brioni come l’agente 007 e non sembrano le macchiette urlatrici di una gag sui tipi di Twitter. Non è facile riconoscerli perché è difficile incontrarli, quantomeno di persona. Non sono, soprattutto, un’invenzione o una leggenda metropolitana, anzi. Tante negazioni affermano una nuova realtà nella quale siamo immersi, l’ennesima che sgorga dal digitale. Si tratta dei troll di professione, sorta di agenti provocatori al soldo di potenze straniere il cui campo d’azione è rappresentato dai social network, con obiettivi plurimi, per lo più sintetizzabili con un certo gusto per il caos, per il discredito, per la disinformazione e la confusione politica. Puntano a una sorta di nuova strategia della tensione digitale in cui però all’orizzonte non si scorge un governo autoritario che sistema le cose, batte le mani sul tavolo, dice “la ricreazione è finita”. No, per adesso, e almeno per un pezzo, toccherà interpretare la loro azione alla giornata; alla stregua di un nuovo estetismo politico-digitale, come l’arte per l’arte, adesso dobbiamo goderci lo spettacolo del caos per il caos, andando alla ricerca delle performance una alla volta, quando si manifestano.

Un lungo e recente articolo di Rolling Stone li ha studiati e raccontati. Ha visto come agiscono, chi sono i troll professionisti, pagati per avvelenare i pozzi del discorso pubblico. In sintesi l’inchiesta di Rolling Stone dice 5 cose:

  1. che i troll non sono ragazzini smanettoni che usano i social network per fare battute razziste, ma che – come ogni agente sotto copertura che si rispetti – guadagna prima di tutto la fiducia del gruppo in cui entra; 
  2. che i troll pro-Trump, ad esempio, parlano prima di tutto ai supporter del campo avverso, per esempio con un tweet accusa “Biden di danneggiare l’eredità di Obama con il suo razzismo e la sua stupidità”;  
  3. che la disinformazione, quella fatta bene, non è smaccata ma è manipolatoria, sottile, furba: è la lettura orientata di un fatto (è spin, per dirla con il linguaggio della comunicazione politica);
  4. che il lavoro dei troll russi è simile a una fabbrica che ha affinato il suo prodotto con milioni di post su Instagram, Tumblr, Google+ (non esiste più) addirittura su Pokemon Go;
  5. che puoi chiudere un account fasullo ma ne verrà creato sempre un altro.

Negli Stati Uniti, conclude Rolling Stone, la fabbrica dei troll è stata utilizzata per favorire (non determinare) la vittoria di Trump, per lasciare a casa un po’ di elettori democratici. E poi, come se non bastasse tutto questo, ecco l’investimento a lungo termine: “ampliare ulteriormente le divisioni esistenti nel pubblico americano e diminuire la fiducia nelle istituzioni”. Eccolo il caos per il caos.  

Una prima considerazione: che tutto questo accada a causa di russi, vietnamiti o cinesi non fa alcuna differenza. Il meccanismo è sempre lo stesso. Anche gli Stati Uniti hanno prodotto disinformazione a mezzo social network, inventandosi una specie di Twitter a uso e consumo dei giovani cubani, con l’obiettivo di screditare il governo castrista. 

A questo punto occorre subito una precisazione, per non ingenerare confusione. Accanto alle ingerenze dall’estero, esiste una propaganda digitale tutta rivolta all’interno, come strumento di controllo «in combinazione con sistemi di sorveglianza, censura e minacce». L’Università di Oxford, in un report dal titolo The Global Disinformation Order 2019 Global Inventory of Organised Social Media Manipulation, ha catalogato diversi tipi di campagne che i paesi autoritari hanno utilizzato contro giornalisti, dissidenti politici e su più larga scala, con obiettivi che possono così essere sintetizzati: 
– sopprimere i diritti umani;
– screditare l’opposizione politica;
– tacitare il dissenso.

Nello stesso report l’Università di Oxford ha individuato 70 paesi in cui la propaganda digitale è attiva, nel 2018 erano 48, e di questi 7 mettono in campo operazioni di «influenza sui social network all’estero»: Russia, Cina, Venezuela, India, Iran, Pachistan, Arabia Saudita. Insomma se andiamo a vedere le nazioni in cui regna il “nuovo ordine della disinformazione”, è un’espressione del report di Oxford, ci rendiamo conto che metà del pianeta soffre ormai questo comune destino. Con maggiore vivacità nel cosiddetto primo mondo e una minore incidenza (chissà per quanto) in Africa e Sud America. 

Torniamo però ai troll e al loro utilizzo nella relazione tra Stati. 

L’utilizzo dei troll a scopo disinformativo rappresenta un modo come un altro di fare politica estera, di gestire conflitti e difendere gli interessi nazionali, oppure un modo inedito di fare la guerra; e mai come in questo caso va ricordato Von Clausewitz, il quale sottolineava che l’una era la continuazione dell’altra, solo con mezzi differenti.

Gli uomini, le donne e i bot (quindi i software di intelligenza artificiale che simulano un utente umano in un social network) che mettono in campo l’opera di manipolazione e disinformazione sono spesso militari, appartenenti a forze di sicurezza oppure contractor privati. Tutto ciò sposta il perimetro dell’azione di trolling e disinformazione in una zona grigia di conflitti che scivolano in terreni scivolosi dal punto di vista interpretativo, in operazioni che non solo sfruttano la semplice e classica propaganda ma rientrano in quella che molti definiscono “cyber-hybrid warfare”. Una guerra ibrida, anfibia, onlife, sia per le caratteristiche del conflitto che per quelle di chi lo combatte. 

Con questo nuovo tipo di guerra, o di politica estera, dobbiamo fare i conti fino in fondo, nel senso di rassegnarci, come cittadini e civili, sapendo che si tratta di un elemento non passeggero del presente che abitiamo. Non sempre e a ogni costo, dipende dalla convenienza, a volte la guerra sarà visibile a chiunque, a volte sarà sottotraccia, a volte non funzionerà. Walter Quattrociocchi ha evidenziato – in un paper recente – che su Twitter nelle ultime elezioni europee non si è mossa alcuna rete di disinformazione organizzata. Certo potrebbe essere stato scelto un altro campo di battaglia, come Whatsapp o Facebook, ma al momento non risultano evidenze. L’asimmetria della guerra digitale risiede anche nel fatto che le i generali possono rapidamente e comodamente disporre le truppe sul territorio all’ultimo minuto. Oppure non disporle affatto. Tenerle nelle retrovie a creare nuovi account, identificare soggetti da seguire e temi da studiare; il che equivale a quello che un tempo era lucidare gli anfibi, rimpinzarsi, curare le ferite e oliare i fucili.

Insomma la guerra stessa che sembrava uscita, o nella migliore dei casi esportata, dall’orizzonte annoiato dell’Occidente politico è rientrata dalla finestra di un computer o dallo schermo dello smartphone. Con tutte le difficoltà che un conflitto di questo tipo pone sul piano interpretativo. Soprattutto nell’identificare amici e nemici, soldati e civili, e con la difficoltà enorme e ulteriore di individuare la linea del fronte e le armi utilizzate. Un conflitto a bassissima intensità in cui attenzione del pubblico, le condizioni socio-economiche di fasce ben precise della popolazione, il risentimento e la rabbia costituiscono un bottino di guerra da rimettere in circolo. E il trofeo da innalzare nelle retrovie, in caserma, è un contenuto falso, manipolatorio, un contenuto che ha avuto successo, prodotto con intelligenza e in modo da assecondare le prescrizioni algoritmiche, un contenuto che raggiunge centinaia di migliaia di persone, di elettori. Oggi i Protocolli dei savi anziani di Sion avrebbero la forma di un MEME, di un breve video. Formati che assecondano la condivisione e generano reazioni nel pubblico. 

Meme realizzato dai russi che aveva questa didascalia: «Almeno 50.000 veterani senzatetto stanno morendo di fame per le strade, ma i liberal vogliono invitare 620.000 rifugiati e lasciare che si stabiliscano qui in mezzo a noi. Dobbiamo prenderci cura dei nostri cittadini, questo deve essere l’obiettivo primario per i nostri politici!»

L’articolo di Rolling Stone racconta una curiosa verità: i troll russi sono i migliori social media manager del mondo, certo hanno un budget a disposizione niente male, però hanno colto l’elemento più importante per chi fa quel mestiere: la costruzione (e quindi anche la distruzione) di una community passa per il linguaggio, l’ascolto, la pazienza e soprattutto per la perfetta conoscenza delle prescrizioni algoritmiche. Non esistono scorciatoie, i primi tre elementi senza il quarto non portano da nessuna parte.

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