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Dormire in camper a Google

Ricordo che qualche anno fa, con mia moglie, andammo a vedere come era fatto il Googleplex, lo splendido quartier generale del motore di ricerca a Mountain View, circa un’ora di macchina da San Francisco. In quella passeggiata, oltre alle macchine senza pilota che comparivano d’incanto ai semafori, rimanemmo colpiti dal buon numero di camper che stazionavano nel parcheggio dell’azienda.

Mountain View

Mentre camminavamo per i viali della sede di Google, fingendoci entusiasti e curiosi, facemmo conoscenza con una loquace ingegnera che lavorava a YouTube e lei – in breve – si prestò al ruolo di Virgilio accompagnandoci alla scoperta del Googleplex. Una tipa simpatica, un po’ nerd e sicuramente Googler della prima ora, compagna di balli tradizionali di gruppo, non ricordo bene se di Larry Page o Sergey Brin, in un corso di danza all’università di Stanford.  

Googleplex

Ci portò a spasso nel bar aziendale, al museo, a vedere vari campi di pallavolo e basket; camminava accompagnata da un vecchio cane malandato. Ricordo che le chiesi se fosse mai andata a Burning Man, mi osservò stupita giusto un istante e poi rispose: “ma certo, per almeno 10 anni di seguito!”. Esclamazione che testimoniava la radice comune, l’infrastruttura culturale la definisce Fred Turner, di tante techno-corporation californiane. Usciti dalla caffetteria, passeggiando per uno dei tanti parcheggi, notammo i camper. Una decina, sparsi tra auto di ogni modello e grandezza, comprese alcune molto lussuose, ovviamente per lo più Tesla. La donna mi spiegò che per tanti dipendenti di Google, soprattutto quelli con stipendi non stellari, il camper rappresentava l’unica soluzione abitativa accessibile. Ché vivere a San Francisco, e in altri comuni della Bay Area, costava ormai cifre insostenibili. 

Negli ultimi giorni due articoli, uno del New York Times e l’altro del Washington Post, hanno descritto San Francisco come una città disastrata, in cui sembra che le responsabilità della politica e dei miliardari tecnologici vadano di pari passo. Una città in cui la presenza della tecnologia è evidente in molti ambiti: basti pensare che sono ben 45mila gli autisti di Uber e Lifty che vi lavorano, mentre a Philadelphia, poco più grande, sono “solo” 25mila. Cifre emblematiche di una città che, grazie alla rivoluzione digitale, sta cambiando aspetto. Espelle le classi meno abbienti e gentrifica a tutto spiano, come si dice con un termine orribile ma utile a rappresentare il processo di trasformazione dei quartieri. 

San Francisco

Il problema non è tanto la presenza crescente dei senzatetto, da sempre accolti a Frisco, che è ”città santuario” per gli homeless, quanto l’insostenibile costo della vita, l’ossessione per il denaro di una quantità davvero ragguardevole di milionari, l’esplosione dei costi delle case e l’assenza di programmi di edilizia residenziale per chi non vive di tecnologia. «I nostri ricchi sono più ricchi – ha detto al Post la scrittrice Rebecca Solnit -. I nostri homeless sono più disperati e i nostri hipster i più pretenziosi». Per capirci per un affitto di un appartamento con una sola stanza da letto si arriva a oltre 3.500 dollari. Una limonata costa 8$, un’insalata 20 dollari, una bici elettrica viene venduta a 2.600 dollari, in fondo è un posto in cui vive un miliardario ogni 11.000 abitanti. Non solo, la città aveva una comunità afro-americana consistente che, nel giro di mezzo secolo, è passata dal 13.4% della popolazione al 5.4%. Tanto che al Sundance festival è stato presentato un film dal titolo eloquente: L’ultimo uomo nero a San Francisco.
All’ombra del Golden Gate i bianchi, caucasici e asiatici, sono in maggioranza e sono per lo più uomini, di contro si contano sempre meno artisti, sempre meno musicisti, sempre meno negozi e artigiani; anche la comunità LGBT, un tempo gloriosa e vitale, sembra ritrarsi dalla città. Un residente intervistato dal WP, legge così il presente: «non sento più le persone parlare di poesia. Amo ancora la mia città. Amo ancora il mio quartiere, ma tutto sta cambiando molto rapidamente. È tutto molto crudele e brutale e la cosa mi spaventa».

San Francisco

Insomma San Francisco sta diventando la capitale dell’efebocrazia tecnologica che governa tanta parte delle nostre vite. Questi ricchissimi adolescenti sono proiettati quasi esclusivamente verso una corsa forsennata alla tecnologia. Una tecnologia che, nella loro metafisica, tutto riassume, da cui tutto discende, sopra ogni altra cosa il denaro e un potere infinito, una tecnologia che possiede virtù salvifiche, taumaturgiche, e che tuttavia non è in grado di sostenere e soprattutto risolvere gli squilibri sociali e abitativi di una grande metropoli, presa d’assalto da torme di milionari che stanno espellendo in breve tutti gli altri.

La cultura del capitalismo digitale è spietata; troppo presto, e in culla, può morire una start up, per non introiettare ed esasperare l’istinto di sopravvivenza, per non estendere una filosofia hobbesiana a qualunque aspetto dell’esistente. Seppure la parola “empatia” sia costantemente utilizzata, stilizzata (sotto forma di emoticon e reazione a un post), sebbene sia misurata e spremuta, ormai la parola “empatia” rappresenta un guscio vuoto, il simulacro di un’emozione. In fondo gli algoritmi sono formule fredde, e ai loro creatori e sviluppatori non è richiesta alcuna passionalità, alcuna emozione; i loro occhi emanano un riverbero glaciale, spesso anaffettivo, e tutta la solidarietà di cui sono capaci si esprime in ricchissime fondazioni che individuano obiettivi caritatevoli, sulla base di scelte tanto legittime, quanto arbitrarie. Slegate da esigenze della collettività, sconnesse dai programmi pubblici.

Dopotutto, le grandi aziende tecnologiche sono spesso paradigmaticamente sganciate dalle comunità, esprimono una inedita territorialità digitale, una geografia dalle coordinate nuove che supera i confini fisici. Manca quel rapporto che nei capitalisti americani, anche nei Robber baron dell’ottocento, trovava rappresentazioni fisiche della filantropia (e di un mal dissimulato senso di colpa industriale) in musei, istituzioni benefiche, biblioteche, università, quartieri popolari. Si pensi alla famiglia di industriali dell’acciaio Carnegie, e alle relazioni con la città di Pittsburgh e di New York, e alle 3.000 biblioteche costruite in tutti gli Stati Uniti (fonte Wikipedia).

Le sedi delle techno-corporation ricordano invece una specie di astronave atterrata in uno spazio fisico da cui succhiare linfa vitale, in termini di prestazioni professionali di altissimo livello, di capitale di ventura, di connessioni privilegiate con le altre imprese tecnologiche e con il complesso militar-industriale, e di innovazione dal tessuto accademico. Ciò che conta è la California, come marchio di fabbrica, e non la relazione con le persone che abitano gli spazi dove le astronavi atterrano.
Spiegava qualche tempo fa a Repubblica lo storico dell’architettura Carlo Olmo: «nessuna di queste sedi vuole avere un rapporto con la città. E pensare che proprio la città per secoli è stata il centro dell’innovazione, con i suoi incontri e le sue influenze».

Apple Park – Cupertino

La verità è che l’assenza di rapporto con la città è presto diventata un eufemismo. Le conseguenze della presenza delle techno-corporation su San Francisco sono evidenti e ne stanno devastando il tessuto sociale e culturale. In questo ambiente asettico risulta difficile immaginare che nascano nuovi Grateful Dead o che possano proliferare esperienze come la City Lights Bookstore, casa editrice della beat generation. 

La nostra interlocutrice di Google ci raccontò che non erano pochi, come in molte città degli Stati Uniti, i pendolari che in macchina o in autobus raggiungevano Google da sobborghi più economici, dopo due o tre ore di guida nel traffico. Per le tratte più utilizzate, e per chi non aveva la macchina, l’azienda metteva a disposizione un bus gratuito con uno splendido, efficiente e sempre funzionante impianto WiFi, così da poter cominciare a lavorare già nel tragitto casa-ufficio. Magari alle prime luci dell’alba, nel lungo, faticoso viaggio quotidiano verso il santuario di Mountain View.

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