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I monopattini e la cultura delle techno-corporation

A volte serve un messaggio scritto in una lingua di cui non conosciamo nemmeno l’alfabeto per cogliere l’essenza di qualcosa. Prendiamo spunto da questa mail di LIME, inviata nei giorni scorsi ai clienti israeliani, in vista delle elezioni politiche.

Prima di scoprire cosa c’è scritto nel messaggio cerchiamo però di capire cosa sia LIME. Si tratta di un’azienda nata nel 2017, negli Stati Uniti, che sembra il modello perfetto della cultura e del modo di fare business delle techno-corporation.
LIME consente di noleggiare, attraverso una App, bici e monopattini elettrici in più di 100 città del mondo.
Il meccanismo è davvero semplice: scarichi la App, colleghi la carta di credito, cerchi un monopattino nei paraggi, scansioni un codice a barre, attivi il noleggio, quando hai finito di andare a zonzo, chiudi la corsa e fotografi il monopattino. Fine.

LIME ha avuto, in breve, un successo planetario e infatti sul sito l’hashtag #LimeNation illumina una mappa del pianeta in cui il verdolino aziendale evidenzia le 100 città che godono del servizio. Sparse per lo più tra Europa e Stati Uniti; a breve i monopattini elettrici sbarcheranno in Italia, a Milano. L’azienda propone un modello di mobilità eco-sostenibile e a costi contenuti, in cui l’ultimo miglio o il primo miglio, e cioè da casa alla metro e al bus, o dall’ufficio al bus e alla metro, sono parte della proposta commerciale. Insomma le ragioni del successo ci sono e sono ben visibili. Ma perché ne parliamo qui?
LIME, come abbiamo detto, rappresenta l’idealtipo delle techno-corporation, per la storia, per modello di business e la cultura aziendale che propone.
Vediamo nel dettaglio.

  • LIME nasce in un campus, nell’Università della North Carolina a Greensboro. D’altronde nei campus sono nate tutte le grandi techno-corporation, a partire da Google a Facebook. Funziona la commistione tra ricerca, l’energia di giovani talenti e l’attenta benevolenza con cui i fondi di investimento guardano a qualunque start-up uscita da un’università americana.
    E come tutte queste aziende nate nei campus, anche LIME si propone come un soggetto che vuole cambiare il modo e il mondo in cui viviamo. Vasto programma, si sarebbe detto un tempo. Infatti anche LIME promuove partnership e favorisce la nascita di comunità attente a temi ecologici, alla micro-mobilità accessibile e sostenibile, carbon free. Nel sito si legge che tra gli obiettivi di LIME c’è quello di «servire le città» per ridurre «il traffico, promuovere una vita sana e risolvere la sfida del primo e dell’ultimo miglio, il tutto senza sussidi o finanziamenti pubblici». Oppure «ridurre la dipendenza dalle automobili personali per il trasporto su brevi distanze e lasciare le generazioni future con un pianeta più pulito e più sano». Non sembra che stiamo parlando di un’azienda, vero? Nessun riferimento al fatto che, come tutte le aziende, LIME ha come primo obiettivo quello di remunerare azionisti e investitori, di generare profitti. D’altronde le mission delle techno-corporation sembrano sempre dichiarazioni di intenti, programmi politici o perimetri d’attività di grandi associazioni benefiche. Il capitalismo digitale ama raccontarsi non come filantropico, quello lo facevano i Carnegie nell’800 e nel ‘900, ma come un soggetto pubblico che combatte battaglie etiche nelle comunità in cui è presente. Non a caso, il fatturato di LIME sembra non essere menzionato o evocato nel sito Internet; eppure il giorno in cui la giovane azienda nata in North Casolina sarà accolta nelle prosperose mani di Wall Street, i ricavi andranno messi in bella vista per aumentare la raccolta delle messi e dei capitali, in un’offerta pubblica di acquisto a 9 zeri.
    Tra i suoi primi utenti compaiono proprio le università. Anche qui il rimando a Google e Facebook è fin troppo scontato: la prima nasce a Stanford e le prime ricerche si facevano sui suoi server, la seconda ad Harvard e i primi iscritti al social dovevano necessariamente possedere una mail che finiva con .edu, ovvero la desinenza mail dei campus. Insomma l’accademia è fucina e genitrice, e proprio gli studenti diventano i primi utenti/clienti, i cosiddetti early adopters. Un conto è avere i tipici problemi di crescita che assillano una qualunque azienda con clienti e consumatori, un conto è averli con ragazzi che guardano alla tua innovazione come a una sfida giocosa a cambiare il panorama di un settore qualunque.
    Come tutte le aziende tecnologiche di successo, anche LIME accede a finanziamenti da centinaia di milioni da parte di fondi di Venture Capital. E in breve assurge a “unicorn“: ovvero a una valutazione che supera il miliardo di dollari. Tra coloro che hanno investito in LIME ci sono Google e Uber. Anche qui un vecchio adagio della Silicon Valley recita che se non puoi battere o distruggere il tuo competitore è meglio se te lo compri. In questo caso bastano partecipazioni di rilievo.
    LIME come tutte le aziende tecnologiche è un’azienda tecnologica, sembra ovvio o brutale detto così, ma è l’unico modo per farci capire fino in fondo. Nel senso che non produce i mezzi ma si limita a comprare bici e monopattini, a metterci sopra il suo logo e il suo colore, a stringere partnership con le città, a fare funzionare la sua App, poi a tutto il resto pensano i Juicers. Cioè i ragazzi pagati per raccogliere i mezzi, entro le 21, e metterli in carica di notte in un garage, in casa, e riconsegnarli nei punti che LIME indica loro entro le 7 di mattina. Un classico esempio di Gig job o Gig work: basta un furgone e un luogo di ricarica. Come tutte le techno-corporation anche LIME ha un numero di dipendenti molto ridotto, l’azienda gira intorno alla tecnologia – l’Applicazione – e alla sua capacità di entrare in nuovi mercati.
    Come molte aziende della Silicon Valley anche LIME ha avuto un effetto dirompente su chi faceva prima lo stesso mestiere. Il tocco geniale è stato quello di non investire centinaia di milioni di dollari (miliardi, se pensiamo alle 100 città in cui è presente), in un’infrastruttura fisica, e cioè le paline di ricarica, ma di spostare il peso di questo investimento sui partner, persone in carne e ossa in questo caso. I juicers sono forse l’elemento di rottura più potente che ha portato LIME al successo. Allo stesso modo le città che vogliono LIME nel proprio territorio non devono preoccuparsi di un programma straordinario di investimenti. Basta farlo sapere ai ragazzi di LIME: alle ricariche ci pensano i Juicers.
    Il CEO si chiama Toby Sun, probabilmente è nato in Cina. Egli ha spostato LIME dalla costa Est, dalla North Carolina dov’era nata, alla costa giusta quella Ovest, il terreno naturale delle start up, a San Mateo, nella Bay area di San Francisco. Lo stesso fece Zuckerberg traslocando Facebook da Harvard, dove era nata a Menlo Park, in California, la terra promessa. Come quasi tutti i CEO delle techno-corporation, Sun è un giovane uomo che compone l’efebocrazia digitale, un’aristocrazia tardo-adolescente composta di potenti, ricchi, intelligenti, scaltri, nerd californiani di nascita o di adozione. Nel profilo di Toby Sun si legge che si è formato a Berkeley, ha lavorato alla Pepsi e alla Deloitte e ha in testa una cosa semplice e fattibile come “rivoluzionare la mobilità“. Se date un’occhiata al profilo Facebook di Mark Zuckerberg, in una prima prima riga c’è scritto che ha fondato il social network più famoso del mondo, nella seconda che lavora presso la Chan Zuckerberg initiative, ovvero la charity di famiglia messa su con la moglie Priscilla Chan per aiutare chi ha bisogno. I giovani e ricchissimi sultani tecnologici si raccontano così.
    Come altre techno-corporation, infine, anche LIME ha avuto seri problemi con tanti soggetti pubblici e istituzionali. Molte città, San Francisco su tutte, ha chiesto a LIME di cessare le attività nel comune perché avevano iniziato senza permessi o autorizzazioni. Stesso destino di LIME è toccato a Bird che è una start up gemella, anch’essa impegnata nella mobilità elettrica a 2 ruote. Allo stesso modo, sempre negli Stati Uniti, l’azienda è stata al centro di polemiche a causa di incidenti a clienti che andavano in giro senza casco. Si tratta di uno dei più tipici effetti dei meccanismi dirompenti che innervano le società tecnologiche di successo. Uno scenario già visto molte volte. Per le techno-corporation la velocità è un elemento fondante, e quasi sempre non c’è proprio tempo per aspettare le leggi, accordarsi con i soggetti pubblici, negoziare, comporre interessi con altri, il mercato corre più veloce e non aspetta, bisogna occupare le posizioni e, come dicono loro, scalare, cioè crescere a ritmi vorticosi. Airbnb con il mercato degli affitti e gli Stati o le città a rincorrere, Uber con proteste dei tassisti, Facebook con la politica e le elezioni Google con gli editori, e via così. Il capitalismo si comporta sempre così, soprattutto così da sempre, e quello della Silicon Valley non fa alcuna eccezione. La nota stonata è l’auto-narrazione, il modo in cui queste aziende raccontano loro stesse: si rappresentano come campus, associazioni benefiche, soggetti che lottano per il bene comune, istituzioni, mai aziende che devono combattere per sopravvivere nell’Oceano rosso sangue popolato di concorrenti agguerriti.

Siamo arrivati alla fine ed effettivamente LIME è davvero un buon paradigma di come si muovono le aziende della Silicon Valley.
Volete sapere cosa c’era scritto in quel messaggio? (Perdonateci ma non possiamo fare a meno di utilizzare Google translate)
«Martedì è il giorno delle elezioni per il 21° rinnovo della Knesset (il parlamento) in Israele. Ma per molti israeliani, ci sarà un problema per arrivare ai seggi e muoversi, quindi LIME sta presentando un’operazione speciale. Il 9 aprile LIME offrirà una corsa gratuita (fino a 10 minuti) per arrivare alle urne e per aiutare coloro che desiderano esercitare il loro diritto democratico e votare nonostante le difficoltà di questo giorno. Come funzionerà? Il 9 aprile, gli utenti LIME dovranno immettere il codice LIME2VOTE per prenotare lo scooter che desiderano utilizzare. (…) La promozione si svolgerà tra le 6:00 e le 22:00».

Tutto questo lo scrive un’azienda. Non un servizio pubblico, non le ferrovie israeliane, nemmeno i pullman che pure sono molto utilizzati e nemmeno un’associazione che promuove la partecipazione alle elezioni.
La verità è che il successo della aziende dalla Silicon Valley è sicuramente il successo di una tecnologia che aiuta a vivere in maniera più comoda. Ma la componente di comunicazione e di rappresentazione è la vera leva che sostiene e innalza qualcosa che altrimenti è solo un software.

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