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Perché non si può chiedere alle persone di non rispondere a Salvini su Twitter

Qualche giorno fa Filippo Sensi, ex portavoce dei due ultimi presidenti del Consiglio di centrosinistra, Renzi e Gentiloni, oggi deputato del PD, ha scritto un tweet in cui invitava i suoi seguaci ad alcune regole di comportamento nell’ingaggio digitale con gli avversari.

Ha scritto Filippo Sensi: 
Uno: non seguirli. Due: non ritwittarli. Tre: non chiamarli coi LORO nomignoli. Quattro: se possibile neanche nominarli. Cinque: non rispondere ai loro troll. Mai.

Purtroppo, sebbene Sensi sia un profondo conoscitore e un vero esperto di comunicazione politica, tra i migliori nel campo del centrosinistra, e seppure mosso da intento lodevole, questa sua proposta non coglie nel segno. Ipotizza un modo di stare dentro l’agone politico digitale tanto  sbagliato quanto inutile. L’esponente politico del Pd chiede ai propri seguaci, alle persone, nei punti 2, 3 e 5 del suo tweet, in buona sostanza, di sostenere un’interazione limitata, a bassa o nulla intensità, con gli avversai politici. Dice Sensi che non vanno seguiti, non vanno condivisi i loro tweet, nemmeno per criticarli, non vanno nominati e nemmeno vanno ingaggiati duelli con i loro seguaci. 
Si suppone che questo consiglio, da un lato, abbia come obiettivo quello di non esaltare i temi imposti nell’agenda politica dall’attuale maggioranza, e dall’altro, di non moltiplicare la copertura dei post degli stessi esponenti della maggioranza. Cioè per far diminuire il numero di persone che li leggono. 

Cerchiamo di capire in primo luogo l’inutilità della proposta di Nomfup, questo il nickaname su Twitter di Sensi.

I social network sono un ambiente progettato per favorire le reazioni e le interazioni tra gli utenti. Ogni aspetto di design persegue questa finalità, perché le interazioni generano dati e i dati generano ricchezza per i social network. Quando diciamo un ambiente progettato per favorire le reazioni, lo diciamo in senso ingegneristico: le funzioni abilitate per l’utente sono quasi tutte funzioni con le quali si risponde a qualcun altro, salvo il caso in cui egli non pubblichi un post. E in ogni caso le possibilità di reazione sono maggiori rispetto a quelle di azione.
Dentro Twitter un utente può seguire un altro utente, può rispondere e mettere like a un tweet di un altro, può soprattutto retwittare chiunque altro, può inoltre condividere ciò che l’altro ha scritto attraverso differenti piattaforme, da Whatsapp alla mail.
Guardate le frecce rosse in questa immagine e capirete quante possibilità di reazione esistono.

In Facebook la cosa è talmente evidente che Mark Zuckerberg ha chiamato il modo in cui un iscritto al suo social network esprime uno stato d’animo è definito reazione.
Le reaction sono 6 ed esprimono un piccolo catalogo di emozioni umane utili a stabile se un post piace, fa arrabbiare, intristire, ridere, stupire, piangere o generare empatia, quest’ultimo è il cuoricino.

Nelle parole di Mark Zuckerberg «il nuovo pulsante like presenta nuovi modi per esprimere te stesso». Nuovo non tanto, perché questa modalità è stato introdotta nel febbraio del 2016 ed è rapidamente entrata nella grammatica delle relazioni che le persone applicano nei social network.
Con poche variazioni sul tema, Instagram e LinkedIn propongono altre modalità di reazioni e interazioni, ma insomma la sostanza rimane la stessa.

I social network – proprio perché sociali – favoriscono le interazioni in maniera naturale, verrebbe da dire. Se non fosse che lo stimolo della reazione è attivato da un serie di tricks sfruttati nel design delle piattaforme.Dunque l’inutilità della richiesta di Nomfup risiede nel fatto che propone un comportamento che va contro la natura stesso del luogo per cui è richiesto. Si sta dentro i social network esattamente per fare le cose 1 e 2 dell’elenco di Sensi. 
E anche la 5, perché una delle regole più inapplicate del social media management è proprio “please don’t feed the troll”, non alimentare i troll, cioè coloro che stanno lì solo per disturbare, attaccare, provocare. Complicato riconoscere un troll e complicato evitare di rispondere a un troll. 

Le organizzazioni devono evitare di farlo, ma chiedere di farlo alle persone risulta assai più complicato. Direi impossibile.  
E dall’inutilità discende l’errore.

Anche questo in buona fede.
Sensi ritiene che allentare la presa in termini di reazione a un contenuto degli avversari sia cosa utile, perché non moltiplica l’audience di quel contenuto. È noto che un contenuto più ottiene reazioni, retweet o condivisioni, più il suo peso specifico, il suo “punteggio di rilevanza” (relevancy score), per dirla con un termine utilizzato da Facebook, cresce. Tutto vero.
Eppure quei post hanno già una portata, e quindi un pubblico, considerevole: i leader avversari dispongono tutti di profili seguiti da milioni di persone.
Nell’era pre-social network, una parte del gioco politico consisteva in una sfibrante battaglia – inutile ai fini del pubblico pagante – combattuta sulle agenzie di stampa a suon di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, da parte di capi, sottocapi, vassalli e valvassori, su qualunque tema fosse all’ordine del giorno dell’agenda politica. Battaglia che non aveva alcun risvolto sull’opinione pubblica, ma serviva a esibire le forze, a valutare i distinguo, a contarsi, a scrutare la mobilità delle correnti, e infine a imporre un tema. Serviva, inoltre, alla stampa per scrivere la nota politica o un pastone in un telegiornale.
Allo stesso modo va considerata l’esperienza dentro un social network per le ragioni che abbiamo appena detto: all’azione di un avversario, in quello spazio, deve sempre corrispondere una immediata – rapidissima – reazione. Pensata per i follower in quello spazio, in quel social network. Per il pubblico avversario, ma soprattuto per il proprio che così può sentirsi parte di una comunità, una comunità attiva e reattiva, e che dalle reazioni riceve bagaglio di informazioni, argomenti ed elementi per proseguire la discussione politica fuori dell’ambiente digitale.
Il tempo è un fattore costitutivo del successo di qualunque post: più reazioni arrivano in un breve lasso di tempo, più quel post viene visto. In questo senso, allora, si potrebbe pensare che abbia ragione Sensi. Tutto vero fuorché la risposta non sia bruciante, provocatoria, efficace, come la grammatica dei social network richiede (in questo Nomfup sa bene di cosa si parla perché sa farlo con efficacia). 
E se il “fattore tempo + reazioni” vale per un post, vale anche per una risposta a un post.
Un solo esempio: una risposta dal profilo di Laura Boldrini a un post del ministro dell’Interno, che ha ricevuto più reazioni e retweet dell’originale: 4.700 contro 934.

Un semplice militante dell’opposizione, se ha capacità insomma, può smontare un post di un influencer politico in tanti modi, e ottenere risultati numerici, di notorietà e politici importanti. 
La battaglie sociali, culturali, non solo quelle politiche, tendono a polarizzare dentro i social network per ragioni  – ancora una volta – di design. Perché così sono stati pensati e costruiti i social network, perché nascono e campano di performance, di chi ha più amici e più like. Chiedere a una persona di smettere di competere lì dentro è pressoché impossibile; a meno che  quella persona non viva la propria presenza nello spazio sociale digitale come quello che un tempo si definiva lurker (uno che guarda a basta, non partecipa). 

Il punto in cui Nomfup chiede di non nominarli non è chiaro. Ricorda un vezzo di Veltroni, nella campagna elettorale del 2008, che non nominava mai Berlusconi, né in tv, né nei comizi. Si potrebbe consigliare agli utenti di fare quello che credono, dal momento che è irrilevante. La popolarità di un soggetto politico nei social network non ha alcuna relazione con il fatto di chiamarlo con il proprio nome, con un nomignolo, un soprannome o una storpiatura del nome.

Ma ripetiamo: un conto sono le organizzazioni, un conto sono le persone.
I profili social network dei leader e delle organizzazioni politiche devono campare di reattività. E non bisogna andare troppo a zonzo per scovare chissà quali esempi: Trump continua a vincere anche per la sua scrittura ipertrofica, notturna e diurna. Non si può pensare di scrivere un tweet al giorno programmato, pensato e vergato, come una dichiarazione all’Ansa di 20 anni fa.

Tutto questo non esaurisce la presenza di un partito negli spazi sociali. Ci mancherebbe. Però la richiesta ai propri seguaci di non fare cose, di non dire cose, di non reagire, non può essere accolta. Le persone stanno dentro Twitter per condurre una parte, ormai consistente, della battaglia politica. E vogliono poter reagire, poter dire la loro. Si aspettano che le organizzazioni diano loro idee, temi, numeri, suggestioni, parole d’ordine, articoli da leggere, libri da leggere e tutto quel bagaglio di conoscenze che un tempo si chiamava materiale di propaganda e che serve, ancora oggi, a fare politica.
Se non va scambiata la reazione degli utenti con la reazione di un’organizzazione, resta il fatto che il feed del partito di Sensi su Twitter sia per buona parte un continuo retweet di esponenti di quel partito che rispondono a cose dette o fatte dalla maggioranza. 
Mettiamola così: c’è un po’ di confusione

Anche perché – alla fine di tutto – rimane la politica. Ed è la proposta politica che si traduce in post, in Meme, in video, in una foto, in una dichiarazione, è la proposta politica a imporsi se è valida, se ha sostanza, e a trasformarsi in trending topic.
E su questo ha ragione Filippo Sensi: non si campa di sole risposte alle affermazioni e alle proposte di qualcun altro, occorre farne di proprie.

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