Io Aziz

Un quotidiano italiano, La Città di Salerno, ha messo in prima pagina la foto di un uomo che s’è ammazzato.
S’è ammazzato, l’uomo, per svariate ragioni: «a lui la Legge – così scrive Antonio Manzo, che del giornale è il direttore – non ha fatto sconto alcuno quando è stato arrestato e spedito in galera, perché non sapevano dove mandarlo, dopo averlo arrestato con l’accusa di aver rubato il portafoglio ad un suo amico connazionale».
E annota quella che potrebbe essere la causa scatenante nella decisione di ammazzarsi: «a Salerno ci sono altri 50 Aziz dietro le sbarre del carcere di Fuorni. Per effetto del decreto sicurezza debbono essere rimpatriati. Ed ai quali sarà comunicata questa svolta di vita con la stessa modalità utilizzata per Aziz, solo con una telefonata dell’ufficio immigrazione. “Dovete tornare a casa”, eccola la comunicazione».
Si è ammazzato perché doveva tornare indietro. Doveva tornare a casa.

Ho letto il commento di una collega, una brava cronista che descrive l’indifferenza patentata con cui ormai facciamo i conti quando si parla di loro: «l’ultimo giorno di Aziz è in un’immagine che è rimbalzata sui cellulari. Il volto inclinato, il corpo appeso a una corda sullo strapiombo. Uno schiaffo alla sensibilità, di chi guarda, di chi decide di farla finita».
Su questa frase, e intorno alla decisione di pubblicare la foto del suicida, ho sentito il bisogno di scrivere: consapevole del fatto che anche quando diciamo rimaniamo immobili, appollaiati sul trespolo della nostra verbosa indignazione.

La prima cosa da dire è che questi colleghi de La Città di Salerno sono bravi giornalisti. Hanno fatto il mestiere con sensibilità e intelligenza. Hanno raccontato, poi spiegato, hanno dato una chiave di lettura e infine hanno tentato di dare una sberla ai lettori. Spero ci siano riusciti, lo spero davvero, pure se sono estremamente pessimista. Ho letto i loro articoli e non c’è un minimo di compiacimento in quanto hanno deciso di fare. Aleggiano semmai molti interrogativi nelle loro parole. Domande di chi non ha smesso di credere nella professione giornalistica e di chi, per questo, possiede ancora fiducia nella capacità di scuotersi e ricredersi dell’essere umano.
Basta questa affermazione di Manzo a dire che hanno ragione, ragione almeno a provarci: «la foto di Aziz non è solo figlia della cultura dello scarto della società, è scartata dagli occhi della società. La foto di Aziz non è sfruttamento cinico del dolore. Rispettiamo le opinioni di chi dissente ma con la stessa forza pretendiamo il rispetto per la nostra scelta drammatica e consapevole».
Credo che abbiano ragione, anche perché hanno scelto una foto miserabile nel senso che sprigiona miseria: non ha toni né colori drammatici dal punto di vista compositivo. È un’istantanea che starebbe a suo agio in un verbale dei Carabinieri, certo non una foto che vince il World Press Photo, e questo testimonia l’onestà della scelta del giornale.
La foto di Aziz mi ricorda piuttosto uno degli scatti di Abu Ghraib, forse per via della mediocre qualità delle immagini, per la crudezza, come si dice in questi casi, rappresentata dallo stesso filo elettrico che è presente in quelle foto e che ha utilizzato Aziz per ammazzarsi. Eppure le foto di Abu Grahib ci scossero, ricordarono cos’era la guerra e la tortura. Ma sono passati quasi 15 anni e, a differenza di allora, la foto di Aziz galleggia tra le 60 milioni di foto caricate ogni giorno nel mondo.

La seconda cosa è il terrore dell’inutilità di questa scelta rispetto ai destinatari: ai lettori, alle persone. Basta sfogliare i commenti sulla pagina Facebook del giornale, commenti che insistono pressoché monocordi nell’unica direzione della condanna del gesto di pubblicare.
(Mercenari! Il rispetto della vita! Disgustosi!)
Dal trono del giudizio immediato che poggia su due righe offensive, immagino che questi commentanti siano passati alla foto successiva, un animale trucidato che invece merita trasporto e sincera indignazione. Lo so, si tratta di un’analisi banale, scontata, di una riflessione già detta, cui però – onestamente – non riesco a rassegnarmi. L’essere umano del secolo presente si urta, si arrabbia con sincerità e con verità a suo modo, si indigna molto di più per un cane cui viene tolto il pelo da usare per un colletto di pelliccia che per un suicida, perché il suicida è uno di loro. Di quegli altri.

Certo è possibile che la foto di Aziz abbia scosso anche qualcuno di quelli che scrivono gridando in maiuscolo, e potrebbe aver scosso chi non ha commentato, chi ha solo letto il giornale cartaceo ed è rimasto di sasso di fronte all’immagine, tuttavia di questi scossoni non si è sentita l’eco.
La foto avrebbe dovuto essere pietra d’inciampo e non lo è stata. Ha scosso e smosso poco. Credo sia difficile servire brillantezza, ironia e critica feroce, pane digitale della nostra sacrosanta indignazione – nostra di coloro che stanno dalla parte giusta della tastiera – davanti a quello scatto, credo sia difficile scrivere pochi efficaci caratteri di fronte a una foto che non ha nulla di spettacolare. Davanti a una foto oscena. Servono le parole, e ne servono abbastanza, anche per fare chiarezza dentro noi stessi.
Avrei sperato che dalla foto di quel giornale potesse prendere corpo un dibattito sulla legittimità della scelta di pubblicare. Avrei sperato che la morte silenziosa, la morte individuale di quelli là, vada presa in considerazione proprio perché individuale, singolare (ma forse non fanno più notizia i suicidi tout court). Avrei sperato nel cosiddetto fiume di parole per capire come mai qualcuno senta il dovere di provocare e soprattutto per capire come mai qualcuno non abbia altra scelta che rifiutare la propria vita per una verità che non interessa a nessuno. Invece i fiumi di parole scorrono senza pensieri per la fine di Aziz che non ha, e non ha mai avuto, il peso per indirizzare quel fiume, per farsi – come si dice – trending topic.

Purtroppo lo spazio della riflessione è ormai uno spazio inesistente e anche lo spazio della provocazione è inesistente. Nessuno si sente più chiamato allo scandalo: tutti inciampiamo, tutti, senza chiederci se era una pietra o una radice che stava per farci cadere e rinsavire, e tutti rapidamente riprendiamo il passo, andiamo avanti senza nemmeno zoppicare! In questo procedere rapido dovremmo prestare maggiore attenzione a un gesto che compiamo quotidianamente che ricorda il batter di ciglia per intensità, involontarietà e velocità: dobbiamo prestare attenzione a quel gesto con cui facciamo scivolare verso il basso, a colpi di pollice, la timeline di un social network. Il gesto, quotidiano, ripetuto, sovrappensiero, involontario ormai, che apre la cascata di immagini senza senso, e che ogni tanto blocchiamo, fermiamo lo scroll infinito e fermiamo lo sguardo, voltiamo la testa perché siamo già oltre, magari urliamo o mettiamo un cuoricino, e andiamo subito avanti. Subito.

Questa velocità, unita ad altre penose cause, sta generando la fine della possibilità di immedesimarci. Non riusciamo più a essere l’altro, a dirci o immaginarci nella pelle dell’altro. Aziz vive e muore di là di quel muro, e noi non abbiamo tempo – e alcuna voglia – per capire cosa c’è oltre quel muro. Alla stessa velocità affoga la compassione, la pietà che si nutre di interiorità e che è sorella gemella dell’immedesimazione. A furia di compulsare immagini abbiamo perduto familiarità con i sentimenti delle altre persone. Non li sappiamo più nominare.
Abbiamo perso contatto con le emozioni dell’altro, su tutto abbiamo perso contatto con la paura che l’altro può vivere, con il terrore e la solitudine, ma non abbiamo perso di vista le nostre di emozioni, ci mancherebbe, qui l’io regna sovrano, gode di effetti e tool che abbelliscono e scontornano, rendendo tutto godibile, in positivo, oppure in negativo, ci permettono più comodamente di scrivere tutto in stampatello, alimentando la nostra rabbia.
Tante sono le cause del «ressentiment», del risentimento di questa nostra èra, eppure andrebbe aggiunta alle tante cause l’impossibile immedesimazione nell’altro di cui l’indifferenza è prima figlia. Non so cosa abbia generato questa definitiva e impossibile immedesimazione, ma sono certo che la scandalosa velocità alla quale procediamo, la fine della lettura (la fine della”lettura profonda“, come la chiama Marianne Wolf) abbiano un certo peso. D’altronde quando corri a grande velocità in automobile servono cartelli grandi, servono clacson e urla feroci per accorgersi di qualcosa, di un uomo che sta attraversando la strada, altrimenti il paesaggio, e con esso i volti degli umani, scorre tutto uguale; indifferente nel senso che non mostra differenze di sorta tra un prima e un dopo, tra uno e l’altro. Quando non riconosciamo queste differenze è perché la guida ad alta velocità richiede concentrazione massima solo sul guidatore, sulla propria automobile, sul proprio itinerario.

Da tempo abbiamo smesso di pensare ad Aziz utilizzando l’io, il noi.
Abbiamo smesso di porci domande semplici su cosa avremmo fatto al posto suo, su come ci saremmo comportati nelle medesime condizioni.
Perché io sono venuto fin qui?
Come ci si sente a lasciare una casa, la madre, tutti i volti conosciuti per andare in un paese straniero?
Perché mi sono fatto due anni di carcere?
Cosa significa che non ho una casa dove stare ai domiciliari?
Perché sono rimasto solo?
Quando e come ho perduto la speranza?
Come faccio a spiegare a quelli che ho lasciato, a mia madre, ai volti conosciuti, che ho fallito? 
Perché è andata male?
Come faccio a tornare a casa?
Che gli dico quando torno?
Perché mi sono ammazzato?

L’ultima domanda è l’unica alla quale è impossibile fornire una risposta.

 

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