Governare il comportamento collettivo globale

Lo scorso 6 luglio è uscito sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS un articolo dal titolo “Stewardship of global collective behavior”, che tradurrei arbitrariamente con un ambizioso “Come governare il comportamento collettivo globale”, anche “amministrare o gestire” vanno bene. Il senso è chiaro.

Scienziati di diversa provenienza geografica, e di diversi interessi accademici, hanno scritto questo articolo. Compaiono nell’elenco dei firmatari docenti di intelligenza artificiale, filosofi, biologi, antropologi, psicologi, politologi che arrivano da università americane, tedesche, olandesi, australiane, svedesi; purtroppo non c’è nessun italiano, ma forse non è un caso, piuttosto direi un sintomo.

L’articolo dice una cosa abbastanza semplice nella sua enormità: è ora che gli scienziati si mettano a studiare con serietà, e in maniera approfondita, l’ecosistema digitale, a partire dai social network, perché non ne sappiamo granché, anzi sappiamo solo che da questo ecosistema possono derivare crisi immani.
«L’era digitale e l’ascesa dei social media hanno accelerato i cambiamenti dei nostri sistemi sociali, con conseguenze poco conosciute. Questa lacuna nella nostra conoscenza rappresenta una sfida importante per il progresso scientifico, per la democrazia e per il modo in cui affronteremo le crisi globali. (…) Lo studio del comportamento collettivo deve diventare una vera e propria “disciplina della crisi”, così come è stato in medicina, nelle scienze del clima, con l’obiettivo di offrire informazioni utili» alla politica, ai decisori. 

Insomma, è bene che si affronti la questione dell’ecosistema digitale come una disciplina della crisi, in modo cioè da offrire risposte adeguate ai rischi che corre l’umanità. Si tratta di un “sistema complesso”, come molti altri, che può portare a “rischi sistemici” (sul tema della complessità e anche applicato all’ecosistema digitale sta facendo – da tempo – un lavoro importante Piero Dominici, all’Università di Perugia).

L’articolo afferma che la mancanza di comprensione degli effetti, sui comportamenti collettivi, delle nuove tecnologie è un pericolo per le democrazie e per il progresso scientifico.
Le techno-corporation si sono «affrancate dalla pandemia da coronavirus in corso, e si sono dimostrate incapaci di arginare l’infodemia di disinformazione», con conseguenze visibili sull’adozione dei vaccini. Affermazione più che condivisibile, da ultimo Joe Biden ha detto che «Facebook uccide con la disinformazione».

Più in generale, scrivono gli autori, «i mutamenti tecnologici (…) non si sono prodotti con l’espresso scopo di promuovere la sostenibilità globale o la qualità della vita. E le tecnologie recenti come i social network non fanno eccezione, (…) queste sono frutto di decisioni ingegneristiche prese per massimizzare la redditività. Si tratta di cambiamenti drastici, opachi e non regolamentati».

Gli autori avvertono che se lasciamo che le aziende tecnologiche agiscano senza prima una profonda comprensione della loro attività, e senza alcun controllo, rischiamo conseguenze indesiderate in diversi ambiti: «manipolazione delle elezioni, malattie, estremismo, carestie, razzismo e guerra». Una specie di catalogo dei mali possibili del nostro tempo, e di tutti i tempi, a essere onesti. 
In un’intervista a Recode, uno degli autori ha sintetizzato così l’articolo: «ehi, dobbiamo risolvere questo problema e non abbiamo molto tempo».

Vi invito a leggerlo e vi propongo anche qualche considerazione.


Prima di tutto questi scienziati affermano in premessa che non esiste soltanto la necessità di fare qualcosa, ma che occorre comprendere. Evidentemente non abbiamo ancora capito abbastanza di quello che sta accadendo. La metafora ambientale e la prospettiva di un’ecologia digitale appaiono sensati: «la situazione è simile alle sfide affrontate (…) nella scienza del clima, dove le industrie non sufficientemente regolamentate ottimizzano i profitti minando la stabilità dei sistemi ecologici e terrestri». 
Purtroppo penso però che la comprensione analitica dell’ecosistema digitale possa essere una specie di miraggio, dal momento che la tecnologia progredisce in maniera più veloce rispetto all’analisi che siamo in grado di mettere in campo. Non è mica facile, detto in maniera rozza, comprendere cosa stia accadendo nella Silicon Valley mentre accade. Ciò non esime dal dovere di provarci a ogni costo.
E questo a prescindere dal problema dei dati a disposizione della scienza. Dati che spesso si tramutano in una specie di feticcio: simbolo di un approccio razionale che però non riesce sempre a identificarsi con la comprensione di fenomeni stratificati e articolati. Ecco perché c’è bisogno di filosofi per comprendere queste dinamiche, come ci sono filosofi, psicologi e antropologi tra coloro che hanno scritto questo articolo.
Siamo ancora lontani da una comprensione profonda perché non abbiamo ancora trovato le parole adatte: abbiamo bisogno di eviscerare dal corpo di questa nuova umanità che siamo diventati tutto ciò che c’è da guardare, da osservare, ed estrarre da questa anamnesi un linguaggio appropriato.

Spiega in un’intervista al magazine Recode, il biologo dell’Università di Washington a Seattle, Carl Bergstrom: «non abbiamo una teoria su come tutti questi cambiamenti influenzino il modo in cui le persone arrivano a formare le proprie convinzioni e opinioni, e poi le usano per prendere decisioni. Eppure, tutto sta cambiando. Sta succedendo». La perifrasi progressiva è una forma del presente, sta succedendo, descrive i processi in atto e restituisce il senso di un movimento continuo, il che in questo ambito è più vero che altrove. A volte sembra un movimento infinito.

Tra le altre cose che tendiamo dimenticare, e che l’articolo sottolinea, c’è la dimensione globale dell’ecosistema. Dentro l’ambiente digitale, dentro i social network, ci siamo letteralmente tutti. Chi manca è eccezione, che è fuori è minoranza, chi non ha un profilo diventa notizia.
Questa premessa dovrebbe lasciarci attoniti, eppure presumiamo di sapere, di conoscere. Non è così. 
«Gli algoritmi sono progettati per massimizzare la redditività, con incentivi spesso insufficienti a promuovere una società informata, giusta, sana e sostenibile». Un’affermazione che possiamo ormai considerare un assioma, sul quale siamo tutti d’accordo, eppure molti di voi leggeranno le parole di quest’articolo a partire da una condivisione su un social network

Tra le altre presunzioni c’è quella di poter mettere le mani sulle macchine, aprendo gli algoritmi, o peggio, di poter comprendere le conseguenze sui comportamenti individuali e collettivi a partire dagli output delle macchine stesse. Serve un approccio che allarghi la visuale e che coinvolga esperti di diversi ambiti.
Siamo convinti che la tecnologia sia un’applicazione di prodotti e servizi al corso delle nostre esistenze.
Dovremmo ricordare sempre che il digitale prima di tutto rappresenta un ambiente, inedito e allo stesso tempo ormai maturo. La cartografia dell’ambiente digitale rappresenta un terreno scivoloso perché in continua mutazione, tuttavia non dobbiamo esimerci dal tentare di realizzarla, una cartografia aperta per una geografia mutevole. E poi dovremmo smetterla di utilizzare l’aggettivo nuovo per ogni cosa, soprattutto riferita a questo ecosistema (nuovi media, nuovi strumenti, che sciocchezza, stanno qui da vent’anni!).

Non sappiamo quali saranno gli effetti a lungo termine e solo un nostro pregiudizio, di specie, vorrei dire, attribuisce al futuro un colore più roseo del presente. Eppure sempre Bergstrom ricorda che con l’invenzione della stampa è arrivato Martin Lutero e «decenni, se non secoli, di guerra». 
Quante volte abbiamo ascoltato le preoccupazioni di genitori per la relazione dei ragazzi con la tecnologia, e tanto ci sono sembrate insufficienti le risposte a queste preoccupazioni, quanto abbiamo constatato che gli stessi genitori si trincerano dietro considerazioni banalissime (la paura dell’isolamento dei figli, l’impossibilità di disconnettere per dirne un paio).
Non sappiamo cosa rimarrà sul terreno di una generazione che avrà un cervello bi-alfabetizzato analogico e digitale, come scrive Maryanne Wolfe, e nemmeno sappiamo quali saranno gli effetti di questa mutazione. Dovrebbero essere sufficienti simili interrogativi per concordare con gli estensori dell’articolo che premono molto sull’urgenza ad alcune risposte. (Invece molti genitori si preoccupano dell’efficacia dei vaccini e ai pericoli dei vaccini sul fisico dei propri figli…)

Nessuno di noi ricorda quanto sia stata importante una strutturata manipolazione di Facebook nel genocidio dei Rohingya, in Myanmar, e sapete perché?
La risposta è semplice: non ci interessa nulla dei Rohingya.


Un’altra considerazione è sull’ammissione di una generale e globale vulnerabilità che accompagna le parole di questo articolo.
Un pezzo di qualche giorno fa su Axios sosteneva che la trasformazione di molte attività in attività digitali equivale a rendere vulnerabili le stesse attività (Going digital means being vulnerable).
Axios parlava di oleodotti, di infrastrutture critiche che sono a rischio attacco da parte di hacker con la richiesta di conseguenti riscatti, com’è accaduto negli ultimi mesi.
La lettura di “Stewardship of global collective behavior” ricorda che la vulnerabilità riguarda anche i nostri comportamenti collettivi. Riguarda l’umanità, tanto quanto il clima per capirci.
La presenza stessa dell’intera umanità all’interno di questo ecosistema genera inedite forme di vulnerabilità, di cui nulla sappiamo. E che dobbiamo affrontare con premura e rapidità.
Anche perché l’asimmetria tra il lavoro offline su questi temi, tradotto in educazione, consapevolezze, alfabetizzazione, lavoro che ha tempi lunghi e interesse scarso, e la rapidità con cui prende corpo un mutamento delle performance online è mostruosa: «le modifiche offline al modo in cui condividiamo le informazioni possono richiedere anni per diffondersi nella comunità, mentre i cambiamenti nel mondo digitale possono essere implementati e imposti in pochi secondi». Pochi secondi…
A volte penso che insistere sull’educazione sia solo la resa verbale di un senso di colpa profondissimo, e sterile come tutti i sensi di colpa.

E qui dovremmo confessarci quanto la politica sia impreparata, quanto poco, se non addirittura nulla, comprenda dell’ecosistema digitale, pur avendone sfruttato alcune caratteristiche.

Una ricerca inglese dello scorso anno ha evidenziato che, con la pandemia, abbiamo raggiunto le 13 ore al giorno davanti a uno schermo. Dato che dovrebbe scuoterci e preoccuparci per una ragione, vorrei dire, antropologica o filosofica, e cioè che la maggior parte delle nostre ore di veglia la trascorriamo con un enorme filtro davanti agli occhi. Guardiamo il mondo e le cose attraverso uno schermo, attraverso uno schermo non neutrale, non è un vetro ma una lente, che articola e disarticola la nostra comprensione e interpretazione del mondo e delle cose, a partire da come è progettato il dispositivo che sfrutta quello schermo, dagli obiettivi e dai suoi fini.

Il movimento gigantesco verso la digitalizzazione delle attività economiche, un movimento necessario dopo la pandemia, e ormai ineluttabile, allarga ulteriormente questo campo.
Bisognerebbe andare a chiedere conto a chi crede in una magnifica e progressiva omeostasi dell’economia digitale, secondo cui tanti posti si perdono tanti se ne guadagnano, e che non c’è da avere paura, dicevo bisognerebbe chiedere conto di un articolo comparso nel Wall Street Journal dello scorso venerdì, che con la chiarezza che gli è propria ha titolato: “Molti posti di lavoro persi durante la pandemia semplicemente non torneranno più”; concetto cui ha aggiunto un altrettanto chiaro sottotitolo che specificava: le aziende vedono l’automazione come un modo per uscire dalla crisi con una forza lavoro ridotta in via permanente. (Many Jobs Lost During the Coronavirus Pandemic Just Aren’t Coming Back; Companies see automation and other labor-saving steps as a way to emerge from the health crisis with a permanently smaller workforce).
L’articolo descrive diversi settori in cui questo processo è avviato. Mi turba allo stesso modo l’assenza nel nostro dibattito pubblico dei temi relativi ai cambi di paradigma che il cosiddetto smart working porta con sé. Cambiare modo di lavorare, sulla base dei dispositivi tecnologici, genera effetti sulle comunità professionali, sulle città, sulla psiche dei lavoratori, per dire solo alcuni aspetti.
(Da noi discutiamo dei ristoranti aperti o chiusi e del CDA della Rai, in fondo è la classe dirigente che meritiamo).
L’enorme novità della cosiddetta rivoluzione digitale, dovremmo sempre ricordarlo a noi stessi, risiede nella pluralità di piani sui quali incide: economici, sociali, politici, psicologici, antropologici. E questo aspetto è la ragione profonda per cui esperti di tante discipline diverse hanno scritto quell’articolo, un lavoro transdisciplinare radicale, nelle parole di Bergstrom

Vorrei tornare all’inizio di queste considerazioni. La disciplina della crisi immagina una «situazione in cui non hai tutte le informazioni di cui hai bisogno per sapere esattamente cosa fare, e non hai tempo di aspettare per capirlo», e tuttavia devi fare comunque in fretta.
Alcuni problemi attuali, l’enorme esitazione vaccinale, ad esempio, derivano esattamente dallo scenario previsto dall’articolo.
Non possiamo non immaginare di risolvere questo problema, e di farlo adesso; ma nessuno si degna di comprendere la causa di questo sintomo. Ecco sembra proprio la preoccupazione di fondo di “Stewardship of global collective behavior”.

Non so se la fretta di fornire risposte e la fretta di capire si equivalgano come importanza, ma so che la seconda è funzione della prima, la seconda è la premessa della prima. Evidentemente quel che abbiamo capito è ancora insufficiente, lacunoso, e lascia spazio a pericoli di cui non abbiamo alcuna consapevolezza. Hanno ragione gli autori: «non abbiamo molto tempo».

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